La percentuale della raccolta differenziata a Roma nel 2018 è scesa di 0,29 punti, passando dal 43,22% al 42,93%. Si tratta del primo segno meno da quando, nel 2010, il Campidoglio a guida Gianni Alemanno introdusse i cassonetti differenziati. Soprattutto, la produzione di rifiuti in città è tornata sopra i 600 kg l’anno pro-capite, livelli che non si raggiungevano dal 2013, l’anno dell’avvicendamento fra Alemanno e Ignazio Marino. Tutto ciò nonostante la Capitale abbia registrato fra il 2017 e il 2018 un leggero decremento della popolazione per circa 17.000 abitanti. A certificare questi dati è l’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ha pubblicato i dati, comune per comune, riferibili all’anno precedente a quello che si appresta a concludersi. Nonostante il segno negativo fatto registrare dalla Capitale, cresce la percentuale della differenziata sia nella Regione Lazio, che sale al 47,34%, sia nella provincia di Roma, attestatasi al 46,49%.

Nonostante la flessione, andando ad analizzare la raccolta differenziata in termini di quantitativi raccolti, in realtà il dato è in crescita: si passa infatti da 1.687.017 tonnellate del 2017 a 1.728.429 tonnellate del 2018. E quasi tutte le voci specifiche, a parte una leggera diminuzione dei conferimenti di “metallo”, sono in rialzo: ingombranti vari, carta, cartone, vetro, legno, plastica e Raee, con la novità dei raccolta dei tessili, ripristinata dopo due anni di nulla. Quasi impercettibile, invece, la diminuzione dell’organico, che scende di “appena” 326 tonnellate.

Dove sta allora il corto circuito? Leggendo i dati Ispra, nel boom della produzione totale di rifiuti e, in questo caso, di indifferenziato, quello che finisce in discarica o all’incenerimento. Fra il 2015 e il 2017 il dato totale era rimasto sostanzialmente invariato, ma il boom del 2018 lo ha fatto tornare a livelli vicini al 2014 – primo anno senza la discarica di Malagrotta – quando la raccolta differenziata era al 35,18%. Nei precedenti rapporti Ispra, era stato messo in luce come la Capitale debba “scontare” un aggravio nella produzione dei rifiuti, dettato principalmente dal pendolarismo, dal turismo, dalla presenza di uffici e sedi aziendali prestigiose e dal fenomeno delle false residenze, che non fanno registrare la presenza in città di centinaia di persone formalmente abitanti in altri comuni. Fenomeno, va detto, che però è annoso ed è difficile da mettere in relazione con la variazione in oggetto.

In fondo, la diminuzione della produzione di rifiuti urbani era il primo obiettivo del “piano di gestione dei materiali post-consumo” messo a punto dall’ex assessora Pinuccia Montanari e presentato nell’aprile 2017 da Virginia Raggi. Il piano prevedeva tutta una serie di iniziative, come l’incentivo all’utilizzo di pannolini lavabili per i neonati (circa 600 kg l’anno), la lotta allo spreco alimentare, mini impianti di compostaggio condominiali, “eco-feste” e l’adozione di caraffe e borracce al posto delle classiche bottiglie di plastica. La diminuzione dei rifiuti non differenziabili avrebbe quindi spinto verso l’alto la differenziata a ridotto il ricorso alla filiera tmb-inceneritore-discarica. Molti di questi provvedimenti sono stati inseriti dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, all’interno del suo piano regionale dei rifiuti approvato in Giunta la scorsa settimana.

Ad oggi i numeri Ispra sembrano raccontare una realtà diversa. In un anno, il 2018, dove fra l’altro è stato pienamente operativo il tmb Salario, distrutto da un incendio l’11 dicembre dello scorso anno. Per quanto riguarda il 2019, Ama Spa – la società capitolina dei rifiuti – in queste settimane ha parlato di una percentuale “vicina al 46%”, ma sono comunque dati non ufficiali che l’Istituto comincerà a certificare solo nel 2020 (in attesa della relazione completa sul 2018). Le tabelle, tuttavia, arrivano in un momento in cui Virginia Raggi e la sua maggioranza M5s in Campidoglio stanno riflettendo se dare seguito alla proposta di piano industriale del nuovo presidente di Ama, Stefano Zaghis, che prevede la realizzazione di due impianti di compostaggio a biogas, due tmb nuovi, una discarica di servizio e, soprattutto, un inceneritore.

“Bisogna capire il metodo – commenta l’ex assessore Pinuccia Montanari, che nel 2017 aveva presentato il piano con la sindaca – Quel piano sarebbe stato pienamente attuabile se fosse continuato il lavoro iniziato solo in due municipi. I dati globali dovevano essere valutati al 2021. A Reggio Emilia, che è una piccola città, per arrivare al 60% ci erano voluti 4 anni. E ora grazie al metodo da noi applicato sono all’80%. Anche li eravamo partiti da una circoscrizione che aveva subito raggiunto il 7o%. Li sono partita nel 2004. Al 2009 eravamo quasi al 65% e oggi stabilizzati all’80%. Se sei guarda ai casi di Parma, di Treviso e della stessa Milano le tempistiche e le modalità sono le stesse. Virginia non ha avuto pazienza. E noi a Roma nonostante le difficoltà stavamo correndo per raggiungere obiettivo al 2021. È chiaro che senza bilanci e investimenti è diventato impossibile. Bisogna comprare bidoncini, mezzi, incrementare e ottimizzare personale”.

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