Amo i fumetti, ma spesso delle graphic novel mi scoraggia la lunghezza. Dipenderà forse dal legame affettivo che ho per i seriali, o per il ritmo che, nelle sterminate nuove frontiere della narrativa disegnata, tende spesso a finire sacrificato sull’altare di una regia più cinematografica.

Ma tra un comic lungo e un libro breve preferisco quasi sempre dedicare più tempo al secondo. Per fare un esempio, apprezzo maggiormente lo Zerocalcare del blog a quello dei volumi, lo trovo più immediato e divertente. Potrebbe sembrare strano ma, per un libraio, il tempo è una variabile da non trascurare visto che, ogni settimana, escono centinaia di novità che vanno per lo meno sfogliate.

Di tanto in tanto però accade di imbattersi nelle anteprime di opere sorprendenti, capaci di farcene desiderare ardentemente la lettura. E solo gli sciocchi non cambiano mai idea, soprattutto di fronte al meraviglioso. Quando mi è arrivata la presentazione del Mahabharata a fumetti, sceneggiato da Jean-Claude Carrière e disegnato da Jean Marie Michaud, ho subito percepito di essere di fronte a qualcosa di diverso, e la mia curiosità, grazie alla consueta disponibilità dell’editore L’ippocampo, che con questa pubblicazione irrompe in grande stile nel mercato del fumetto d’autore, è stata immediatamente soddisfatta.

Il Mahabharata è, insieme al Ramayana, uno dei due testi epici della cultura indiana. L’inserimento nel III secolo a.C. del Canto del Divino, o Bhagavadgītā, tra i suoi elementi, lo rende anche uno dei testi sacri dell’induismo. Se volessimo fare un paragone forzato ma esplicativo, sarebbe un po’ come trovarci tra le mani un mix tra l’Iliade e l’Antico Testamento, oggi riproposto in una dimensione agile e di largo consumo.

Qui non si parla però più di fumetto, ma di una vera e propria impresa: trasformare uno dei più lunghi poemi della storia dell’umanità in una graphic novel godibile nell’adattamento e, al tempo stesso, meravigliosa da guardare. Già altre volte il fumetto ha affrontato opere simili: mi viene in mente il bellissimo Sharaz-De di Sergio Toppi, che ci dava un assaggio del fascino de Le Mille e una Notte, o il leggendario e irriverente Lo Scimmiotto di Milo Manara e Silviero Pisu, che anticipava nel nostro paese il successo mondiale che avrebbe poi avuto Dragon Ball, il manga di Akira Toriyama. Ma nessuna altra opera, se non uscendo a fascicoli, si è avvicinata anche solo lontanamente alla dimensione mastodontica di questo capolavoro a fumetti.

Composto in sanscrito a partire dal IV secolo a.C. e sviluppato per un tempo che ancora sfugge agli esperti, per via delle sue numerose riscritture, il Mahabharata da millenni feconda e rigenera l’immaginario umano dando vita a miti, leggende, morali, riflessioni e metafore sulle morti e sulle rinascite che, non va dimenticato, sono l’orizzonte ultimo di ogni sviluppo nella tradizione indiana.

Semplificando al massimo la vicenda: in questa opera si narra del terribile conflitto tra i cinque Pandava e i loro cento cugini Kaurava per il potere. Le ragioni di questo dissenso vanno ricercate nel difficile bilanciamento di forze tra sentimenti, invidie, desideri, tradimenti smascherati e discendenze divine che in molti modi si intrecciano tra le loro famiglie, nel complesso meccanismo del Dharma che regola ogni forma di ordine.

L’equilibrio narrativo di quest’opera è impressionante, e le oltre 400 tavole che la compongono scivolano via una dopo l’altra, raccontandoci con efficacia i momenti più importanti della mitologica saga. Per raggiungere questo risultato, oltre alla visione del committente, capace di concedere la bellezza di tre anni di tempo agli autori per giungere alla consegna definitiva, è stata fondamentale l’eccezionale conoscenza del poema da parte di Carrière, già autore non solo del romanzo del Mahabharata del 1989, ma soprattutto supervisore del leggendario adattamento teatrale diretto da Peter Brook nel 1985 che, con la sua durata di nove ore, viene ancora oggi ricordato come epocale.

Il disegnatore Michaud, lasciato libero di interpretare il testo del 1989, ha così potuto dare forma a una visione elaborata e proveniente da lontano, oggi in grado di far conoscere a un pubblico infinitamente più vasto di quello del teatro una vicenda avvincente e seminale. Il mio consiglio è quindi di procurarvene una copia e di intraprendere un viaggio in un mondo di cinquemila anni fa, alla ricerca delle radici di culture lontanissime, eppure profondamente intrecciate con la nostra, in un groviglio fecondo e assai più esteso di quanto le retoriche provinciali di oggi vorrebbero convincerci.

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