Come sono sottili le linee che percorrono le nostre esistenze, alle quali forse troppe volte ci aggrappiamo con troppa forza. Linee che ci definiscono, che ci collocano in un determinato posto della società, segni attraverso i quali veniamo percepiti e che spesso sedimentano fino a diventare assoluti. Poi un istante, un gesto, un fatto possono ribaltare tutto o forse no, ma di certo aggrovigliano quelle linee.

È il caso di James Ford, assassino condannato per avere ucciso quindici anni fa una ragazza di ventun anni con problemi mentali. Ha scontato quindici anni di carcere, è stato rilasciato in libertà vigilata e si trova sul London Bridge proprio nel momento in cui Usman Khan, un terrorista armato di coltello inizia a sferrare colpi, uccidendo due persone. Sarebbero state di più, se alcuni cittadini coraggiosi, tra cui Ford, non si fossero avventati su di lui e lo avessero disarmato.

Per qualche ora James Ford viene annoverato tra gli eroi, messo sul piedistallo della gloria, il suo coraggio, insieme a quello degli altri cittadini viene portato a esempio per la nazione. Non passa molto tempo che il passato riemerge e inizia a spingere Ford fuori dal palco delle celebrazioni. Chi è allora James Ford? Un assassino o un eroe?

Forse la domanda giusta è: perché non potrebbe essere tutte e due le cose?

La tendenza a classificare è una delle caratteristiche del pensiero occidentale: siamo abituati a incasellare tutto e tutti dentro schemi prestabiliti e non è facile spostare qualcosa o qualcuno dalla casella in cui è stato collocato. Questo ci rassicura, ci dà un senso di ordine, ci tranquillizza.

Nel grande romanzo di Elias Canetti Autodafé, Peter Kien, il sinologo protagonista della storia mentre viene pestato dal perfido portinaio, prima prova paura e terrore, poi pensa che quel tipo sembra un lanzichenecco: “Un immenso entusiasmo s’impadronì di Kien: il portiere era un lanzichenecco, che altro poteva mai essere? La figura tarchiata, la voce tonante, la fedeltà comprata a peso d’oro, la temerarietà che non arretrava davanti a nulla, nemmeno davanti alle donne, la millanteria e il continuo inconcludente sbraitare: un perfetto lanzichenecco. Da quel momento il pugno non gli fece più paura”. Lo aveva classificato.

Quando qualcuno tenta di sfuggire dal proprio posto, ci crea problemi. Ancor peggio, però, è quando quel qualcuno non solo sfugge alla regola, ma addirittura finisce per occupare anche un’altra casella. Essere due cose e peraltro in contraddizione tra di loro.

“Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini” scriveva Walt Whitman. Lungi da me fare l’elogio di James Ford, autore di un gesto criminale, per cui peraltro ha pagato, ciò su cui dobbiamo però riflettere, in un’epoca in cui ci si appella all’identità (pensata sempre come unica e assoluta), è che in una persona, in tutti noi, convivono molte personalità a volta anche in conflitto tra di loro.

Siamo portatori di istanze diverse e complesse, tali da sfuggire a ogni classificazione troppo rigida. Non siamo meccanismi perfetti, la contraddizione è una nostra cifra, ci appartiene. Conviviamoci, allarghiamo un po’ le maglie del nostro pensiero e se proprio vogliamo parlare di identità, almeno che sia la plurale.

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