La riforma del fondo salva Stati” (Mes) creato nel 2011 durante la crisi dei debiti sovrani è finita all’improvviso al centro di una polemica politica sollevata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Che chiedono al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di chiarire se e quando sia stato firmato un accordo per cambiarlo “senza coinvolgere il Parlamento“. Le tappe della revisione, in realtà, sono note e dettagliate in diversi documenti dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea della Camera e del Servizio Studi del Senato. L’ultima risale al 21 giugno 2019, quando i capi di Stato e di governo dei Paesi Ue – sulla base di un precedente accordo raggiunto il 14 dicembre 2018, mentre l’Italia trattava sulla manovra – hanno adottato una dichiarazione che tra il resto “prendeva atto dell’ampio accordo raggiunto dall’Eurogruppo sulla revisione del trattato Mes”. In entrambi i casi Conte era a capo del governo sostenuto dalla Lega: il ministro dell’Economia era Giovanni Tria e uno dei vicepremier era Matteo Salvini che – secondo una lunga nota informale di Palazzo Chigi – è stato tenuto a parte di tutto il percorso. E il via libera finale è atteso per dicembre.

Sono molto meno chiare le conseguenze che potrebbero discendere dalla riforma per l’Italia. Perché la bozza messa a punto dall’Eurogruppo e approvata dai capi di Stato dispone che i vertici del Meccanismo – oggi guidato dal tedesco Klaus Regling – siano chiamati a valutare in via preventiva la situazione finanziaria degli Stati, compresa la sostenibilità del debito stesso. E arriva ad evocare la possibilità che i debiti pubblici giudicati troppo elevati siano ristrutturati. Per i mercati equivale a parlare di default, con tutto quel che ne deriva. La Grecia insegna. La parola “ristrutturazione“, va detto, non compare. Ma nel preambolo si parla della possibilità, nel caso in cui il fondo conceda aiuti finanziari accompagnati da un programma di aggiustamento, di un “coinvolgimento del settore privato” (“private sector involvement”). Di fatto una perifrasi per dire che i creditori pagherebbero un prezzo. Tradotto: le scadenze o gli importi dei rimborsi potrebbero essere rinegoziati. Ristrutturazione, dunque.

A impensierire sono anche le altre condizionalità a cui sarebbero sottoposti gli aiuti finanziari del Mes ai Paesi dell’Eurozona che si trovino in gravi difficoltà e perdano l’accesso al mercato. Il veicolo – che ha 700 miliardi di capitale e vede l’Italia al terzo posto tra i soci dietro Germania e Francia – richiederebbe infatti il rispetto rigoroso dei criteri di Maastricht e del Fiscal Compact. A partire da un rapporto debito/pil inferiore al 60% o “almeno” un tasso di riduzione del debito in eccesso debba essere pari a 1/20 all’anno.

Lo stesso Regling nei mesi scorsi ha rimarcato che l’Italia “non ha mai perso l’accesso ai mercati, e non rischia di perderlo in futuro”, perché “ha un attivo delle partite correnti” e “dunque non ha mai avuto e non avrà bisogno di ricorrere” all’Esm. Le rassicurazioni preventive lasciano però il tempo che trovano, hanno notato molti osservatori: anche la direttiva Brrd sul bail in bancario entrò in vigore in sordina fino a quando le conseguenze del coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti hanno iniziato a farsi sentire dolorosamente sulla pelle dei risparmiatori.

Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco la settimana scorsa, commentando l’ipotesi di riforma del Mes, ha parlato di “rischio enorme che il mero annuncio di una introduzione della ristrutturazione del debito possa innescare una spirale perversa di aspettative di default”. E il professor Giampaolo Galli, audito come rappresentante dell’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, ha evidenziato “elementi di criticità” e “preoccupazione” perché “azioni o parole che possano ingenerare il timore di una ristrutturazione (del debito, ndr) o peggio di un default, vanno considerati come un pericolo per l’Italia e per gli italiani”. “Il Mes è un’istituzione molto utile”, è stata la sua conclusione, “che deve continuare ad avere il pieno sostegno dell’Italia” perché prevede anche aspetti positivi come l’approvazione del backstop, una sorta di “rete di sicurezza finanziaria”, per il Fondo di risoluzione unico delle Banche, da utilizzare per far fonte a crisi bancarie nel caso in cui non fossero sufficienti le risorse disponibili.

Ma “preoccupa l’idea che, in certe circostanze, la ristrutturazione del debito pubblico possa diventare una precondizione per avere accesso alle risorse del Mes”. E “occorre rafforzare il ruolo della Commissione rispetto al Mes, evitare che le Cac “single limb” (nuove clausole da inserire nei titoli di Stato di tutti i Paesi membri, ndr) facilitino eccessivamente la ristrutturazione del debito”, oltre a “sottolineare con forza che la ristrutturazione del debito pubblico non può essere decisa sulla base di valutazioni meccaniche e va valutata con grande attenzione, con il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali, perché rischia di aggravare la condizione economica e sociale di una nazione, nonché di avere effetti di contagio molto negativi sull’intera eurozona“.

Per ora il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, rispondendo al presidente della Commissione finanze del Senato Alberto Bagnai che accusava l’esecutivo di scarsa trasparenza sul negoziato per la riforma, si è limitato a parlare di “occasione perduta” perché “una parte molto significativa del lavoro è stata già discussa, negoziata e definita” dal precedente governo, il Conte 1. Il via libera dei capi di Stato in effetti è arrivato il 21 giugno, quando l’esecutivo gialloverde godeva ancora di piena salute. Il 19 giugno Camera e Senato avevano approvato due risoluzioni di maggioranza (Molinari-D’Uva e Patuanelli-Romeo) che tra l’altro impegnavano il governo “in ordine alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale”. E anche a “render note alle Camere le proposte di modifica al trattato MES, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato”. Per questo Conte, ha fatto sapere Chigi, il 21 giugno ha “insistito perché fosse inserito, nelle comunicazioni finali dell’Eurosummit, un chiaro riferimento a proseguire la revisione del trattato promuovendo le differenti riforme in base ad una ‘logica di pacchetto'”.

Prima del via libera, atteso per dicembre e a cui dovrà seguire la ratifica dei parlamenti nazionali, c’è comunque ancora qualche chance per modificare l’accordo. Il professore Galli in audizione ha ricordato che dopo l’Eurogruppo del 7 novembre il presidente Mario Centeno ha dato per chiuso il negoziato – i testi sono “considerati non più emendabili perché approvati dai capi di Stato a giugno” – ma resta “un minimo spazio negoziale sul memorandum tra Mes e Commissione. Che sarà cruciale perché il Mes è un organo intergovernativo che si mette dichiaratamente dal punto di vista di chi eroga il prestito e non del comune interesse europeo”

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