Difficile non fare i conti con le inondazioni in un territorio per il 40% sotto il livello del mare. Così l’Olanda i suoi conti li ha fatti eccome. Li ha dovuti fare dopo la grande inondazione arrivata dal Mare del Nord nel 1953, causata dal letale mix di un’alta marea primaverile con un forte ciclone: 1.836 morti solo nei Paesi Bassi, soprattutto nella Zelanda. La corrente spinse l’acqua per oltre trenta ore, facendo risultare insufficienti le dighe già costruite. Oggi, con l’enorme problema di Venezia sott’acqua e il nodo Mose che è ben lungi dal mettere tutti d’accordo, è altrettanto difficile non fare paragoni con quello che hanno fatto nei Paesi Bassi, ben prima che in Italia iniziassero i lavori dell’opera che dovrebbe difendere la Serenissima. E non è un caso se, quando si sono cercate alternative al Mose, è proprio all’Olanda che si è guardato. Perché se è vero che i Paesi Bassi esportano le proprie soluzioni anti inondazioni in tutto il mondo, con 7 miliardi di fatturato annuo (e quindi i conti li hanno fatti bene), non è detto che questi bastino in una guerra a lungo termine contro il mare e i cambiamenti climatici che continuano a far alzare il livello degli oceani.

IL PIANO DELTA – Eppure, pochi mesi dopo il disastro del 1953, non c’era altra soluzione: per chiudere l’ultima breccia aperta dal mare, furono utilizzati quattro cassoni di cemento posizionati tra la spiaggia e l’acqua, la cui realizzazione era stata studiata durante la Seconda Guerra Mondiale, per la costruzione di porti artificiali. Oggi è proprio all’interno di quei cassoni frangiflutti Phoenix che ha sede il Watersnood Museum, a Ouwerkerk, costruito per commemorare le vittime, ma anche – come si legge all’entrata – per “ricordare, imparare e guardare al futuro”. Fra il 1954 e il 1997 è stato realizzato il mega progetto del Piano Delta, il più grande sistema di protezione dal mare che esista al mondo e che tutela l’area della foce del Reno, della Mosa e della Schelda. Il piano è costituito da 13 opere idrauliche diverse: tre chiuse, quattro barriere anti-mareggiata e sei dighe. L’opera più complessa è di certo la diga della Schelda Orientale (Oosterscheldekering), con uno sbarramento di nove chilometri che protegge Amsterdam. Il progetto costò 2,5 miliardi di euro, due terzi del costo dell’intero piano. L’altra opera fondamentale è la diga di sbarramento antitempesta di Rotterdam (Maeslantkering), completata nel 1997.

L’ALTERNATIVA OLANDESE AL MISE – Tant’è che nell’estate del 2001, l’architetto Fernando De Simone, rappresentante in Italia dei gruppi olandese Tec e norvegese Nordcosult, presentò all’allora sindaco di Venezia Paolo Costa proprio un progetto di massima delle dighe stile Rotterdam: sempre paratie mobili, ma diverse dal Mose soprattutto per avere i dispositivi meccanici che le muovono non poggiati sul fondo marino ma all’asciutto, in gallerie sotterranee sui lati delle tre bocche di porto. Il progetto, ricordava De Simone, avrebbe avuto un costo complessivo di circa un miliardo e 200 milioni di euro (400 milioni per ogni bocca di porto) e avrebbe potuto vedere la luce nell’arco di cinque anni. Due anni dopo, a febbraio 2003, mentre ancora il sì definitivo al Mose continuava a slittare, l’architetto De Simone rilanciò la proposta. E ancora, a novembre 2006, gli allora ministri delle Infrastrutture Antonio Di Pietro e dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio furono persino invitati “a visitare la diga mobile di Rotterdam, prima della decisione finale sul Mose” direttamente dalla Tec. “Il progetto della diga mobile di Rotterdam, che funziona perfettamente da oltre sette anni è stato scelto dopo aver analizzato numerosi progetti alternativi, compreso il progetto Mose”, spiegò in quell’occasione l’architetto De Simone. Che 13 anni fa raccontava come, accanto alla diga di Rotterdam, ci fosse un piccolo museo dove sono esposti anche i progetti scartati dagli olandesi, fra cui uno simile a quello del Mose “escluso perché considerato pericoloso e perché avrebbe previsto una manutenzione costosissima”.

COME FUNZIONA IL SISTEMA OLANDESE – La maxi-diga che protegge dalle tempeste il porto olandese di Rotterdam è stata azionata per la prima volta a novembre 2007 per evitare un’inondazione in previsione dell’arrivo della tempesta del mare del Nord. Lo sbarramento ha lo scopo di chiudere il canale Nieuwe Waterweg, che collega Rotterdam al mare del Nord, quando il mare raggiunge la soglia critica. La diga è formata da due paratoie a forma di arco lunghe 210 metri e alte 22, costruite con 15mila tonnellate di acciaio, il doppio di quello che fu necessario per la torre Eiffel. Le due porte sono azionate, grazie a due leve metalliche lunghe 250 metri, da un sistema automatico che si attiva all’innalzamento del livello delle acque. La costruzione è stata concepita per resistere a un peso di 30mila tonnellate durante la pressione provocata da una tempesta. La diga della Schelda orientale, invece, è formata da 65 piloni e 62 paratie scorrevoli alte dai 6 ai 12 metri, che si alzano verso l’alto e il basso e vengono chiuse in media una volta all’anno (ci vogliono 75 minuti per serrarle completamente), ossia quando si prevede un innalzamento del livello dell’acqua di tre metri rispetto al quello che viene considerato il livello normale. Inizialmente era previsto che la diga fosse chiusa, ma in seguito si optò per un’opera semi-aperta, dando ascolto a quanto chiedevano gli ambientalisti, ma anche i pescatori dell’area, preoccupati per i livelli di salinità e il rischio di scomparsa della flora e della fauna marina.

IL DIBATTITO SUL DELTA – Il dibattito, però, è tutt’altro che chiuso. Le opere realizzate in Olanda coprono una lunghezza complessiva di 25 chilometri e hanno ridotto la costa dei Paesi Bassi di circa 700 chilometri. È pur vero che l’Oosterscheldekering è considerata da alcuni l’ottava meraviglia del mondo, mentre negli ultimi anni Rotterdam sta trovando soluzioni sempre più green per affrontare il problema dell’innalzamento del mare, ma a Venezia l’impatto visivo di queste barriere sarebbe stato decisamente diverso e tuttora quello che si cerca è l’invisibilità. Ma c’è un altro aspetto. Probabilmente senza il Piano Delta l’Olanda sarebbe una enorme palude, ma le dighe costruite fin dagli anni Cinquanta non sono una soluzione definitiva a causa di diversi fattori, come il cambiamento climatico e il riscaldamento globale con la terra che si abbassa e il livello degli oceani che continua a crescere. Andranno rinforzate e rialzate. Basti pensare che già dieci anni fa, in un rapporto presentato dalla Commissione Delta al governo dell’Aja, si calcolava che per prevenire futuri disastri e in considerazione delle stime sull’aumento dei livelli del mare, i Paesi Bassi dovranno spendere fra gli 1,2 e gli 1,6 miliardi di euro all’anno fino al 2050 per la realizzazione di nuove dighe, il rafforzamento con tonnellate di sabbia della costa del mare del Nord e la costruzione di diversi canali.

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