Baha Abu al-Ata, il comandante della Jihad islamica assassinato da Israele all’alba di martedì nella Striscia di Gaza, sapeva che la sua vita era a breve termine. Negli ultimi mesi, il suo nome era comparso regolarmente nei media israeliani ed era stato etichettato dalla Difesa come il principale problema a Gaza. Come comandante del ramo settentrionale dell’ala militare della Jihad islamica nella Striscia, Abu al-Ata è stato descritto in Israele come un capo che agiva in modo indipendente, senza ricevere istruzioni da nessuno. Si diceva che fosse coinvolto in un vasto lancio di missili nell’escalation dello scorso maggio. Gli sono stati anche attribuiti attacchi più limitati: uno alla fine di agosto (dopo un raid israeliano in Siria); e soprattutto uno in settembre, alla vigilia delle ultime elezioni israeliane (l’incidente costrinse il premier Benjamin Netanyahu a lasciare in tutta fretta il palco durante un raduno nel sud, con un enorme danno di immagine); e un altro ancora circa 10 giorni fa, durante il quale 11 missili sono stati lanciati dalla Striscia verso la città israeliana meridionale di Sderot.

Già in settembre Netanyahu meditava una vendetta. Ha iniziato a fare pressioni su alti funzionari della difesa per dare il via libera a un’azione preventiva contro i capi della Jihad a Gaza, il principale dei quali era proprio Abu al-Ata. Ma i generali erano contrari, temendo che i tempi non fossero maturi e che numerosi civili potessero essere feriti. Il procuratore generale Avichai Mendelblit chiese a Netanyahu di convocare i vertici della Difesa per una discussione speciale, affermando che l’azione pianificata dal premier poteva portare a una guerra, appena una settimana prima delle elezioni. La missione fu annullata, ma Abu al-Ata rimase sul radar di Israele. Il suo assassinio è stato poi approvato in una delle riunioni del gabinetto di Difesa all’inizio di novembre dopo che un missile aveva preso di mira Sderot. Questa volta, pare, sono stati i militari a dare il via all’operazione: secondo Netanyahu, lo hanno persino pressato per autorizzare l’attacco.

Adesso molto dipende da Hamas per come si svilupperà questa crisi. I vertici dell’organizzazione potrebbero, in qualche modo, accogliere positivamente il fatto che Abu al-Ata sia fuori dai giochi, perché ha interrotto i loro sforzi per mantenere tranquilla la Striscia e ottenere ulteriori concessioni da Israele – allargamento delle zone di pesca, commercio limitato e 5000 permessi di uscita per i lavoratori di Gaza – attraverso l’Egitto e il Qatar (che versa 30 milioni di dollari al mese).

Hamas però deve considerare anche il mood della gente di Gaza e non può permettersi di passare come un “alleato” di Israele. Sarà perciò difficile frenare le reazione della Jihad islamica. Il movimento è dopo Hamas il principale gruppo islamico nella Striscia, gode del sostegno diretto dell’Iran, sia finanziariamente che militarmente, ed è diventato la forza trainante nel lancio di razzi e scontri con Israele spesso sfidando i “governativi” di Hamas.

All’inizio di ottobre, la Jihad islamica ha sfoggiato il suo arsenale di missili durante una parata nella Striscia. Secondo i suoi comandanti, queste armi sono in grado di colpire obiettivi a nord di Tel Aviv. Delle migliaia di razzi a sua disposizione, molti sono a corto raggio. Ma la Jihad islamica è anche in grado – come dimostrato dai lanci anche stamane – di raggiungere Israele centrale e persino verso il nord del Paese, fino ad Hadera. Le previsioni dell’Israel Defense Force non sono orientate verso una conclusione di questa crisi, anzi prevede che la Jihad islamica continuerà a sparare missili contro le città israeliane, ma in un numero inferiore, per mantenere i suoi arsenali e potenzialmente continuare a combattere ancora per diversi giorni.

Il generale Hidai Zilberman – portavoce dell’Idf – ha confermato che finora Hamas non si è unito ai lanci di missili e ha affermato che l’Idf sta facendo attenzione a tenere quel gruppo islamico, che governa a Gaza dal 2007, fuori dal conflitto astenendosi dall’attaccare i suoi siti e cercando di limitare i danni collaterali, che potrebbe costringere i suoi miliziani a reagire. “Noi non stiamo attaccando Hamas. Gli obiettivi della Jihad islamica che stiamo bombardando non sono al centro di Gaza City, sappiamo che stiamo camminando sul filo del rasoio. Abbiamo centinaia di altri obiettivi che possiamo attaccare“, ha detto ancora l’alto ufficiale. “Ma se cambierà orientamento” ha concluso il generale, “l’Idf è pronto a colpire anche Hamas”.

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