Leonardo da Vinci, appena trentenne, inviò a Ludovico il Moro una sorta di domanda di assunzione per sollecitare una chiamata presso la corte milanese. Per convincere l’allora reggente del Ducato, egli magnificò – oltre a una valanga di virtù utili alla guerra per aria, terra e mare – la propria competenza di maestro d’acque: “In tempo di pace credo satisfare benissimo a paragone de omni altro in architectura, in composizione di edificii publici et privati, et in conducer acqua da uno loco ad uno altro”. In realtà, maestro d’acque lo diventò per davvero solo a Milano, assimilandone alla svelta la secolare tradizione d’ingegneria idraulica. E migliorandone poi, in modo significativo e determinante, sia le pratiche sia le conoscenze di base.

Poiché Leonardo anteponeva l’osservazione alla teoria – se t’avviene di trattare delle acque, consulta prima l’esperienza poi la ragione – iniziò proprio dalla misura delle portate. Non a caso, alla voce “idrometria” di ogni libro di idrologia troviamo il cameo del maestro che spinge una specie di carriola lungo l’argine di un fiume, allo scopo di misurare la velocità superficiale della corrente. Un’esperienza che egli condurrà anche con l’ausilio di galleggianti, come scrive nel Codice Leicester: “Modo di sapere quanto un acqua corre per ora. Questo si fa col tempo armonicho e potrebbesi fare col polso se ‘l tempo del suo battere fossi uniforme. Ma più e sichuro in tal caso il tempo musicale…”.

Se la misura leonardesca è ingegnosa ma ovviamente approssimativa, l’approssimazione con cui oggi misuriamo la quantità d’acqua che transita nei fiumi è tuttora marcata. Poiché la misura diretta del deflusso è un processo complesso e dispendioso in termini di tempo e manodopera, manager e ricercatori si affidano alle scale di deflusso, curve teoriche o sperimentali che forniscono la portata in base alla misura del livello dell’acqua.

L’incertezza di queste stime, tuttavia, è notevole: errori di misurazione, imperfezioni del modello e fattori fisici e biotici impediscono stime accurate. Combinati, questi fattori possono causare incertezze del 50 per cento o più; in soldoni, un deflusso stimato di 1000 metri cubi al secondo potrebbe effettivamente variare da 500 a 1500.

Come dimostra uno studio pubblicato nel 2017 da Hilary McMillan e altri, analizzare l’incertezza nei dati di deflusso fluviale può ridurre i costi e garantire solide decisioni nella gestione delle acque. Questi dati possono contenere grandi incertezze, ma sono spesso comunicati e utilizzati senza alcuna informazione sull’incertezza. Numerosi casi di studio – dalla Norvegia alla Nuova Zelanda – mostrano che l’analisi dell’incertezza dei dati di deflusso idrico migliora la resa economica nel settore idroelettrico, l’accettazione da parte dell’opinione pubblica di una controversa politica di gestione delle risorse idriche, l’accuratezza con cui si prevedono le tendenze della qualità dell’acqua.

In Italia, la dedizione dei pochi tecnici che – a dispetto della generale noncuranza – si ostinano a misurare i deflussi fluviali è del tutto misconosciuta. Mentre la politica, l’informazione e la gente, tutti costoro guardano alla gestione delle risorse idriche e alla difesa del suolo con apprensione, questa stessa comunità penalizza da anni un’attività che vide l’Italia svolgere un ruolo pioneristico nel mondo, con il Servizio Idrografico nazionale, istituito nel 1917 e bastonato, smantellato, frantumato prima della fine del secolo scorso.

Senza dati osservati, ogni congettura è plausibile, ogni modello proponibile, ogni contenzioso alimentabile. Vero è, come disse un giorno Gaylon Campbell, che “nessuno crede al modello, se non chi lo ha costruito; tutti hanno una fede cieca nei dati, tranne chi li ha misurati”. Conoscere l’incertezza del dato e del modello è perciò questione di onestà intellettuale e decisionale, sempre però che si conosca il dato, che il dato esista, che qualcuno lo abbia misurato.

Leonardo fu sempre attento alla misura dei flussi idrici, anche perché titolare di un diritto d’acqua di 12 once a San Cristoforo, sul Naviglio Grande di Milano. Lo aveva così gratificato il re di Francia Luigi XII quale ricompensa dei servigi di pittore e ingegnere di fiducia, accordandogli altresì uno stipendio annuo di 400 livres tournoises, ossia tornesi. Il nostro Genio ebbe molta difficoltà a farsi pagare quel diritto, poiché l’amministrazione delle acque del Milanese soffriva allora dei turbamenti derivanti dall’incertezza delle misurazioni e dai conseguenti facili furti d’acqua, per cui a più riprese i governi tentarono indarno di riordinare le utenze irrigue e tarare le bocche di presa.

Egli se ne lamentò a lungo, sempre, fino alla morte, lasciando in eredità testamentaria il suo diritto d’acqua al servitore Battista de Villanis. Non stupiamoci quindi degli odierni lamenti da parte degli acquedotti italiani: tra mariuoli, brecce, obsolescenza e incertezze di misura le nostre utilities non vivono sonni tranquilli.

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