La storia del piccolo Giovannino e del suo abbandono da parte dei genitori dopo aver scoperto la grave malattia di cui è affetto mi ha immediatamente richiamato alla mente due storie profondamente diverse.

Il privilegio di rappresentare, in qualità di presidente di un’associazione di bambini disabili, migliaia di famiglie speciali mi ha consentito in 20 anni di conoscere famiglie straordinarie. I genitori di Maria Teresa – il nome è di fantasia – ebbero oltre 20 anni fa in adozione la piccola poche ore dopo la nascita. Nessuno in ospedale comunicò alla giovane e felice famiglia adottiva che la bimba era nata con una gravissima patologia profondamente invalidante.

Dopo pochi mesi e tante giornate insonni ebbero il sospetto che la loro stellina avesse qualche problema e, come era ovvio, tornarono dai medici che l’avevano seguita nei primi giorni di vita. Fu così che scoprirono della patologia goffamente celata di Maria Teresa e anche dell’invito di “restituire” la piccola se nutrissero qualche perplessità. La madre e il padre di Maria Teresa probabilmente percepirono l’offerta come un’imprecazione: “come si fa a restituire una figlia a qualcuno che non avrà mai la tua tenerezza? Com’è possibile immaginare di mandare via una creatura che dopo appena due mesi aveva già riempito la nostra vita?”. Da quel giorno, con la convinzione di un amore che è innanzitutto una presa in carico di chi ha più bisogno di altri, i miei amici hanno vissuto nella quotidiana dedizione verso una figlia speciale.

Quello che non immaginano probabilmente è quanto il loro amore continui a essere speciale per chi li vede da lontano. E quanto per Maria Teresa i suoi genitori siano i migliori del mondo.

La storia di Piero – anche qui il nome è inventato – è diversa perché, come la madre ricorda sempre, la sua conoscenza con i genitori di adozione avvenne a 7 anni. Già nel primo incontro i suoi genitori capirono di trovarsi al cospetto di un bambino impegnativo, animato da mille gesti ripetuti all’infinito.

Come i soldati romani tirarono a sorte per aggiudicarsi la tunica di Gesù – mi racconta la mamma – a scuola gli insegnanti fecero una sorta di estrazione per accogliere in classe Piero. Una estrazione a perdere. Oggi Piero è un uomo adulto e i suoi genitori, ormai ultrasettantenni, continuano a seguirlo come il primo giorno. Anche loro lo hanno scelto per sempre, da 40 anni.

Ho ricordato queste due storie perché mi sembra nauseante sentire ripetere all’infinito la vicenda drammatica dell’abbandono di Giovannino. Capisco che chi vive, lavora, soffre e gioisce in silenzio come le famiglie che ho descritto non potrà mai essere ricordato sulle prime pagine dei giornali o nei titoli di apertura dei telegiornali. Accetto mal volentieri che faccia molto più notizia e provochi addirittura il prurito alle mani l’idea che qualcuno sia colpevole di aver abbandonato il figlio malato in un ospedale. Non mi rassegno a pensare che i genitori di Maria Teresa e di Piero debbano occupare invece uno spazio marginale. Le loro eroiche esperienze di amore dovrebbero trasformare le nostre vite in esempi da seguire, in modelli positivi da imitare. Lontani anni luce dalle miserie umane di questo tempo affollato dagli schiamazzi dell’egoismo.

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