Non ci sono solo incendi da spegnere. Terremoti, alluvioni, crolli. Quando c’è un’emergenza, i vigili del fuoco sono i primi ad arrivare e lavorare nel pericolo, e anche per questo sono forse il corpo più amato dagli italiani. La politica, invece, sembra ricordarsene solo quando qualcuno di loro rimane vittima del proprio senso del dovere, ucciso mentre svolge un lavoro in cui si rischia la vita ogni giorno. Morti, come quelle dei tre pompieri di Quargnento, che non rientreranno neanche nel conteggio dell’Inail, dato che i vigili del fuoco sono assicurati in maniera diversa, tramite il ministero dell’Interno.

Per Matteo Gastaldo, Marco Triches e Antonino Candido, si sta attivando la solita catena di solidarietà che fa seguito a ogni tragico incidente: “Con piccole donazioni sosteniamo le famiglie delle vittime”, dice Costantino Saporito, segretario generale dell’Usb. Ma il vero problema è lo stipendio che queste persone ricevono per lavorare in prima linea durante disastri di ogni tipo: “Rischiamo la vita per 1300 euro al mese. Nessuno ci paga per il rischio che corriamo, nessuno va dove andiamo noi. I vigili del fuoco fanno interventi non convenzionali ma il rischio non è contemplato”, continua Saporito. E il paradosso lo si nota quando si fa il confronto con altri corpi di sicurezza pubblica: “Rispetto alla Polizia, in proporzione, i vigili del fuoco, tra stipendi e indennità, ricevono ogni anno 216 milioni di euro in meno”, spiega Antonio Brizzi, segretario generale del sindacato autonomo Conapo. Di fatto, significa guadagnare mediamente il 20% in meno degli altri addetti alla sicurezza, circa 400 euro di differenza al mese. E la politica? “A ogni tragedia, una promessa. Dopo Genova, ci dissero che avrebbero stanziato fondi per colmare il divario. Quattro mesi fa il governo gialloverde ci promise 200 milioni di euro e l’assicurazione tramite l’Inail”, ricorda Saporito. “Ma dall’ultimo incontro con il presidente Conte, abbiamo saputo che in manovra saranno inseriti solo 20 milioni”.

La principale richiesta che arriva dal mondo dei vigili del fuoco è quella di un’armonizzazione con altri corpi dello Stato, dal punto di vista del trattamento economico e previdenziale: “Noi svolgiamo funzioni di soccorso pubblico, ma non abbiamo lo stesso trattamento di forze che come noi sono esposte in prima persona al pericolo”, dice Alessandro Paola, dirigente della Direzione centrale per l’emergenza. La questione deriva dalla storia dei contratti stipulati da ogni singolo corpo: nel corso del tempo si sono create diseguaglianze, mai sanate, che non riconoscono la specializzazione ai vigili del fuoco. “Noi non abbiamo alcun riconoscimento professionale”, sostiene Saporito. “Non ci viene riconosciuta l’esposizione all’amianto, per fare un esempio. Siamo lavoratori a cui è richiesta una specifica preparazione e formazione, oltre al fatto di essere sempre in prima linea, ma senza nulla che ci tuteli”. Il problema ha anche radici legislative: “Il decreto che ci darebbe il riconoscimento professionale, un inquadramento vero e proprio come per le altre forze di polizia, è fermo perché mancano i decreti attuativi. Ed è un provvedimento di cui si parla dal 2004”.

A pesare sono soprattutto i soldi, promessi a più riprese, ma mai effettivamente stanziati: “Gli stipendi sono bloccati dal 2004: da lì nessun rinnovo”, continua Saporito. “Ci sono stati solo degli interventi sugli straordinari, che sono sovvenzioni e alla fine il risultato è che siamo obbligati a lavorare di più”. E così, alla fine, si fa tutto per 1300 euro al mese: “Non è ingiusto solo per il paragone con gli altri corpi: anche i nostri colleghi europei guadagnano centinaia di euro in più al mese”. Per equiparare i vigili del fuoco alla Polizia di Stato, ad esempio, servono 216 milioni di euro: “Il presidente Conte ha parlato di 20 milioni: con quella cifra si copre soltanto il riordino delle carriere”, spiega Brizzi. “Il divario enorme sta nei circa 400 euro di differenza che ci sono per le qualifiche più basse, ma che possono arrivare anche a 700 per i gradi più alti”. Anche dal punto di vista pensionistico, nonostante sia un lavoro che richiede un enorme impegno fisico, quello del vigile del fuoco non gode degli stessi diritti: “Non abbiamo i benefici economici degli altri corpi, come i sei scatti all’ultimo stipendio, che portano a una maggiorazione del lordo del 15%. E mentre alle altre forze, ogni 5 anni, viene riconosciuto un anno aggiuntivo di pensione, per noi non è così”.

E così si passa la giornata a fare soccorso sui camion fino a 62 anni. Nella consapevolezza che le persone impiegate sono comunque troppo poche: “In Italia il rapporto è di un vigile del fuoco ogni 16mila abitanti. Lo capisce chiunque che non è sufficiente”, dice Brizzi. “C’è una carenza di 4mila persone a livello di organico, e mancano in media tre direttivi per ogni comando. Senza contare i quasi mille dirigenti che andranno in pensione in tutta Italia. Tra poco saremo senza comandanti”. Qualcosa, da questo punti di vista, si è mosso recentemente: “Negli ultimi governi è stato decretato un aumento delle assunzioni straordinarie per 1500 unità, portando così a un aumento dell’organico effettivo”, spiega Paola. “Entro i primi mesi del 2020 arriveranno 1000 persone, mentre circa 500 sono entrate quest’anno. Ma per avere maggiore capacità operativa bisognerebbe aumentare le tabelle organiche del Ministero dell’Interno”.

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