di Federica Pistono*

Sorta nel deserto e con esso fin troppo spesso identificata, la civiltà arabo-islamica vanta una lunga storia di viaggi per mare, tema ricorrente tanto nella narrativa araba classica con l’adab al-riḥlah (letteratura di viaggio) quanto nelle opere degli scrittori contemporanei, che spesso presentano il mare come metafora della vita.

Il primo scrittore del mare della letteratura araba contemporanea è considerato il siriano Hanna Mina che, nel suo romanzo La vela e la tempesta (Jouvence, 1993, trad. M. A. Aprile), seguendo i canoni del realismo sociale, descrive con grande intensità lirica il mare ed esprime la volontà di indagare il proprio mondo, quello di Latakia, città portuale siriana affacciata sul Mediterraneo, negli anni della seconda guerra mondiale.

Le vicende della città, con il suo porto popolato di marinai, pescatori, sindacalisti, politicanti e faccendieri, si intrecciano con il destino dei personaggi sullo sfondo delle grandi trasformazioni storiche del paese: il secondo conflitto mondiale, la rivalità coloniale tra Francia e Inghilterra e la nascita del nazionalismo arabo.

Protagonista del romanzo è Turusi, un pescatore che ha dovuto lasciare la pesca dopo il naufragio della sua barca; ora proprietario di un caffè, non si sente soddisfatto del presente e vive in attesa di una nuova partenza, sognando il passato felice trascorso sul mare e sperando di tornare a navigare. Nel frattempo lavora a stretto contatto con marinai e pescatori, permettendo nel suo bar le discussioni politiche e l’ascolto di Radio Berlino. Spesso ripensa alla sua barca, la Mansura, distrutta e inabissata dalla tempesta. Nella figura di Turusi si riflette la contrapposizione tra la terra e il mare: da un lato la terraferma con la difficile situazione socio-politica, con le sue ingiustizie e le lotte tra gli uomini, dall’altro il mare, un universo ora amichevole e ricco di meraviglie, ora spietato, irto di insidie e di abissi tenebrosi.

Il romanzo è ancora oggi interessante sotto diversi aspetti: da un lato illustra un periodo complesso della storia siriana, in cui emergono il desiderio di liberarsi della presenza della Francia colonizzatrice, il timore dell’Inghilterra e perfino l’idea di un’alleanza con Hitler come strada per ottenere l’indipendenza, dall’altro offre un’interessante rappresentazione della Siria come mosaico multi-etnico e multi-religioso. Protagonista assoluto dell’opera resta il mare, contro la cui collera gli uomini sono spesso costretti a combattere una battaglia impari.

Un’altra intensa raffigurazione del mare emerge dai Quaderni palestinesi di Muʻin Bsisu (in W. Dahmash, T. Di Francesco, P. Blasone, La terra più amata, Manifestolibri, 2002, trad. A.Arioli). L’opera è un testo autobiografico dell’autore palestinese, che sconta diversi anni di carcere a causa della propria militanza politica, un diario di prigionia che tocca i temi del carcere, della condanna della tortura e dell’ingiustizia, della lotta politica. Il mare, pur proposto come metafora della problematicità dell’esistenza come nel romanzo di Hanna Mina, è presentato nell’opera di Bsisu in un dimensione poetica e onirica che si allontana dal realismo sociale cui ricorre lo scrittore siriano.

La nave che attraversa il mare è l’unico mezzo di cui dispone il prigioniero per ottenere la libertà, per sfuggire alla cella e alla tortura. Il mare cui si riferisce Bsisu è quello di Gaza che, con le sue amate spiagge, diviene emblema delle difficoltà che lo scrittore ha imparato ad affrontare fin dall’infanzia ma anche simbolo della libertà e della patria. In carcere, l’autore attinge al ricordo del mare della propria infanzia per sconfiggere le avversità del presente, accostandolo alle memorie della casa, altro motivo ricorrente della letteratura palestinese, una casa di cui spesso non restano che le chiavi. La casa e l’infanzia si sovrappongono, dunque, all’immagine del mare, metafora di una felicità passata e perduta, individuale e collettiva, di un tempo in cui lo scrittore, ancora bambino, ignorava la portata della catastrofe che stava per abbattersi sulla sua patria e sul suo popolo.

Quando l’autore esce dal carcere e torna a Gaza, il momento della liberazione, sognato e vagheggiato nei giorni bui della prigionia, risulta però amaro: il panorama è mutato, la città, con le sue strade e i suoi edifici, è irriconoscibile. La prigionia è terminata, l’autore è tornato nella sua terra, ma l’esilio è divenuto una condizione perenne.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Remo Bodei, il filosofo morto a 81 anni a Pisa: le sue indagini dalla ricerca della felicità ai limiti dell’esistenza

prev
Articolo Successivo

La vita bugiarda degli adulti, la recensione del nuovo libro di Elena Ferrante

next