Il nuovo cimitero dei cristiani di Niamey si trova sulla strada per Ouallam che porta nel Mali. Dal primo cavalcavia del Paese, chiamato Mali Bero, ci si dirige verso il ‘Villaggio della Francofonia’, così chiamato, con poca fantasia, a causa degli omonimi giochi celebrati a Niamey nel 2005. Al cimitero, per la commemorazione dei defunti, faceva ancora buio e si faticava a distinguere i viventi dai morti. Erano entrambi come delle ombre che cercavano di apparire senza darlo a vedere. Li univano le tombe che, com’è noto, sono ciò che i viventi imprestano ai morti per darsi uno statuto. Pure qui, nel nuovo cimitero cristiano, le tombe si differenziano e si propongono come stratificazione sociale. Di terra per i migranti giusto di passaggio a Niamey, poi in cemento per i residenti precari, in piastrelle di fabbricazione cinese per i più abbienti, e infine in pietra o in marmo per gli imprenditori che hanno fatto fortuna. Ad ognuno la sua tomba secondo il genere economico e sociale. La scritta del nome è conseguente. In pittura, scolpita nel marmo o immaginata a seconda della disponibilità finanziaria, tutto si decide al penultimo momento. L’ultimo è quello che poi il cimitero assume con disinvoltura come proprio che tutto cancella.

Per noi, abitanti nel Sahel, il confine tra la vita e la morte è più che esiguo e per capirlo basta vedere come vanno le cose sulla strada che conduce al Villaggio della Francofonia. Ci siamo abituati perché per noi la frontiera tra la vita e la morte è una semplice questione di dettagli o di precedenza come sulla strada il codice della strada. Qui sappiamo come morire perché sappiamo come vivere malgrado le circostanze avverse. Adesso ci si mette anche il terrorismo o, se volete, i gruppi armati terroristi, che seminano morti, feriti e sfollati a migliaia. Non servirà a nulla perché la vita vincerà, come sempre, per abitudine. Immaginarsi se questi sedicenti banditi ammantati di ideologia religiosa potranno spuntarla con noi. Non sanno o forse hanno dimenticato che noi, qui nel Sahel, sappiamo fare la differenza tra chi viene per dare o per togliere la vita. Non hanno capito nulla dell’Africa che rinasce ogni volta dalle tombe che questi gruppi pensano di rendere eterne. Non immaginano neppure che noi, da queste parte e in questa stagione dell’Harmattan, viviamo di polvere e nella polvere. Il vento del deserto ci rende unici e di questo le nostre tombe sono una testimonianza. Siamo testimoni di sabbia e di questo andiamo fieri.

Venite e vedrete. La strada che porta al cimitero è una metafora della nostra vita e del nostro destino. La morte non ci spaventa perché amiamo la vita senza permessi o progetti. Ci piace viverla così come capita e la strada che porta al cimitero cristiano di Niamey è ricca di indicazioni. Passano rare biciclette come fossero clandestini i ciclisti che le guidano. Si trovano ad ogni svolta le insegne dei gommisti e i riparatori di gruppi elettrogeni e pompe a buon mercato. Sfilano nelle corsie le macchine fuori strada comprate usate e suscettibili di fermarsi per guasti tra una rotonda e l’altra. Poi passano gli asini che tirano il carretto con le immondizie raccattate col porta a porta e il venditore ambulante di tè che passa accanto con un termos che conserva l’acqua calda quando non serve. Le targhe delle ong e delle auto di rappresentanza sono verdi color dollaro per distinguerle dalle altre che portano il colore della sabbia. I taxi in servizio sono centinaia. Si pavoneggiano del colore biancorosso e, dopo essersi fermati accanto al cliente, decidono se il passeggero va nella direzione decisa dalla maggioranza. Seguono i carretti che trasportano sacchetti d’acqua appena sequestrata dalla sorgente e occasionalmente circola il bus che porta all’università statale gli studenti che troveranno le aule deserte per ennesimo sciopero degli insegnanti e ricercatori. Sono ormai innumerevoli, invece, i motociclisti che, senza o con casco, sfidano le più elementari norme del codice della strada.

Azzardatevi a usare il passaggio pedonale per attraversare la strada sulle strisce appena pitturate sull’asfalto fornito dalla Cina e poi vedrete. Difficile per i pedoni farla franca e camminare sulle strisce appena dipinte. Offrirete un bersaglio fin troppo facile ad autisti poco propensi a fermarsi per così poco. Sulla strada poco lontano transita un vecchio camion dietro il quale si può leggere ‘Grazie a Dio’.

Niamey, novembre 019

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