Sabato pomeriggio, partita di calcio categoria 2009, un campetto qualunque di una cittadina di provincia. In campo c’è mio figlio, dieci anni fra una settimana. Si ferma un attimo per riprendere fiato. E sente quello che non avrebbe mai dovuto sentire. Che io mai avrei voluto potesse ascoltare. Una voce che da bordo campo grida il più trito e bieco insulto razzista. “Negro di …”. Si volta, per vedere chi è stato: scorge un gruppetto di genitori della squadra avversaria. E quella che mio figlio ha udito è una voce femminile. Non conta che il clima della partita fosse già teso (cosa che peraltro non dovrebbe mai accadere, specie quando a giocare sono dei bambini, che dovrebbero solo divertirsi). Nulla può giustificare quanto avvenuto.

Mi domandavo quando sarebbe toccato a noi. Finora ci era andata bene e ultimamente avevo un po’ abbassato la guardia. Il clima di questo nostro povero bel Paese mi pareva un po’ meno invelenito. Mi sbagliavo. Nostro figlio è stato un grande. Ha guardato la signora. Poi ha continuato a giocare. Non ha reagito all’insulto. Non ha offeso a sua volta. Ma non si è nemmeno fatto intimorire, lamentato, messo a piangere o altro. Era concentrato sulla partita. Al mister lo ha detto solo alla fine, negli spogliatoi. “Mamma, non ho voluto darle importanza” mi ha spiegato poi, con aria estremamente seria. Questo abbiamo sempre insegnato, a lui e ai suoi fratelli: che avere i genitori di due paesi e di due culture diverse è un privilegio, una ricchezza. E che chi non lo comprende è solo ignorante. In senso etimologico. Non sa, non capisce. E va, appunto, ignorato.

Non conta che la nazionalità segnata sui nostri documenti sia italiana. L’episodio sarebbe gravissimo in ogni caso, anche se fosse capitato a un bambino di altra provenienza. Purtroppo, questa nostra povera Italia ancora fatica a far i conti con la realtà multiculturale nella quale è e sarà sempre più immersa. Per questo, da mamma prima che da giornalista, ritengo che stavolta non sia giusto ignorare il fatto.

Ieri siamo stati orgogliosi di nostro figlio e della sua fiera compostezza. Eppure, non riesco a togliermi dalla testa questa mamma. Già non concepisco l’idea che un adulto insulti pesantemente un bambino, per qualunque motivo. Che poi sia stata una donna, davvero non lo posso accettare. E allora mi rivolgo a lei, signora. Se era lì, ad assistere a quella partita, sicuramente era perché suo figlio giocava contro il mio. Quindi anche lei ha un figlio di dieci anni. Le auguro di cuore – e sono sincera – che nessuno mai si permetta di insultarlo. Nessuno, in particolare nessun adulto, nessuna mamma possa mai offendere suo figlio perché troppo alto o troppo basso, troppo magro o troppo grasso, o perché porta gli occhiali, o magari perché i suoi genitori sono originari di un’altra regione italiana.

Vede, signora, in questo paese deve crescere mio figlio, ma anche il suo. E sono certa che entrambe desideriamo per loro il meglio. Desideriamo che possano crescere in un clima sereno, in un ambiente positivo. Ecco: sta a noi adulti dare l’esempio. Le auguro che suo figlio non debba mai vergognarsi per le parole uscite dalla bocca di sua madre. Al gruppetto di genitori che erano con lei, che l’hanno sentita e non hanno reagito dico: riflettere. Ogni qualvolta tacciamo davanti a una palese ingiustizia, ne diventiamo complici.

Infine, mi rivolgo a chi – da diverse posizioni – guida questo paese: siete davvero così sicuri che la Commissione Segre non serva? Che sia politicizzata, di parte o quant’altro? Che il clima in Italia non sia avvelenato a tal punto da non risparmiare nemmeno i bambini? Fino a ieri avrei teoricamente potuto dirlo anche io. Poi è toccato a noi. Ma l’odio che non viene arginato è come una bestia che si espande e tutto divora. Parte online, poi travalica nella vita reale e tutto travolge. Non si ferma nemmeno davanti a un bambino.

Parafrasando Niemöller: “Prima di tutto l’odio investì gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi l’odio investì i musulmani, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi l’odio investì gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi l’odio investì i neri, e io non dissi niente, perché non ero nero. Poi l’odio investì me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

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