“Vaghe stelle del Vaffa io non credea/ Tornare ancor per uso a contemplarvi/ Sul paterno giardino scintillanti”.

Nel passaggio da Recanati a Perugia, da Giacomo Leopardi a Giggino Di Maio, dal 4 marzo 2018 al 27 ottobre 2019, lo sfavillio si è offuscato e le Cinque Stelle, marchio di fabbrica del Movimento, hanno incominciato a spegnersi l’una dopo l’altra.

Per restare nel letterario, “breve la vita felice dei grillini”.

Insomma, il decimo anniversario della loro avventura, festeggiato poche settimane fa a Napoli, più che una celebrazione si è rivelato un punto di non ritorno.

Vale la pena di chiedersene il perché.

Certamente sono emerse in tutta la loro evidenza criticità interne che hanno pesato (una leadership inadeguata, criteri di selezione a capocchia del personale dirigente, una sorta di fideismo credulone nell’appartenenza salvifica, il peso distorsivo di narrazioni fondative a fumetti come sostituto del rigore analitico…). Indubbiamente il contesto esterno, devastato da una crisi in caduta libera, si è dimostrato sfavorevole per i gruppi raccogliticci di neofiti che avrebbero dovuto dotarsi di competenze adeguate in corso d’opera.

Detto questo, a parere dello scrivente la fine del ciclo di vita stellare, cui stiamo assistendo, va individuato nella repentina implosione subita dal big bang che lo aveva originato: l’espansione iniziale a velocità elevatissima del Vaffa, l’8 settembre 2007; quando a Bologna esplose il V-Day di Beppe Grillo.

Quella fu un’intuizione geniale, che anticipò di quattro anni il fenomeno mondiale degli indignados targato 2011; quando si diffusero quartieri e tendopoli di raccolta per ceti medi, contestatori dell’incanaglimento di establishment finanziari irresponsabili, in centinaia di piazze cittadine. Da Madrid a New York.

Questa capacità dei promotori Grillo e Casaleggio sr. di precorrere il trend planetario permise di acquisire una posizione monopolistica della protesta, che portò all’assorbimento di buona parte dei tifosi di Mani Pulite aggregati nell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro e bloccò in Italia esperienze ispirate allo spagnolo Podemos o alla greca Syriza. Presidio che ha funzionato da calamita per militanze fondamentalistiche e leaderini che si accreditavano ripetendo a pappagallo e come verità di fede gli slogan e le fissazioni dei Fondatori.

Così il monopolio è diventato rendita per un decennio, esimendo il Movimento dall’onere del dotarsi di categorie politiche. Poi – con Di Maio – assumendo la logica del catch-all-party alla dorotea, in cui le posizioni da assumere si misurano sull’esclusivo metro della convenienza elettorale.

Qualsivoglia ideologia connotativa sostituita da questo Vaffa semplicistico e (spesso) buffonesco. In qualche misura teatrale sul comico.

Una posizione di rendita contesa e scippata dalle insorgenze sovraniste e suprematiste di destra; di cui si è impadronito Matteo Salvini, commisurandole all’incattivimento dei tempi come mood epocale. Dunque trucido e bullesco, che ha marginalizzato i 5S che si sono ridotti a essere la versione light della demagogia.

Il non aver saputo acquisire ragioni più alte e profonde delle denunce iniziali rende indifesi i grillini davanti alla concorrenza di chi ideologia e valori – seppure pessimi – possiede. Tanto da veder spegnere la luce delle stelle del proprio marchio (vagamente alberghiero), scivolato a precipizio verso un destino (probabilmente) ineluttabile. Venendo meno l’unica volta in cui si erano dati un compito non da inadeguati: fare da argine al montare della sovversione reazionaria di bruciabaracche; poi non così sgradita al solito establishment camaleontico.

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