Sarà una super vittoria? Oppure una affermazione di misura? Non sembra ci sia possibilità di tripla nel gioco delle previsioni delle elezioni umbre. Il voto di oggi pare già consegnato al suo esito annunciato: Matteo Salvini che ottiene la sua rivincita e terremota un altro po’ il governo. È il quanto che si giudica ed è il quanto che pregiudica.

L’Umbria è l’Italia che verrà? Aggrappati alle cifre dell’ultimo vero sondaggio elettorale, quello delle Europee, Nicola Zingaretti potrà dirsi soddisfatto se questa nuova, giovanissima e già precaria alleanza con i Cinquestelle gli avrà consentito di non subire il tracollo, di rallentare quel declino scritto nella storia recente della regione. Anche Luigi Di Maio guarderà a maggio, a quanto il Movimento raccoglierà rispetto alla primavera scorsa. La linea del Piave è quella terra di mezzo dello scarso 14 per cento, la soglia di resistenza e insieme l’argine della difesa della leadership. Confermare quel risultato, già oltre la metà in meno di ciò che i Cinquestelle avevano ottenuto alle politiche, significherà avere la forza almeno di preparare il nuovo inizio, di giocarsi la partita con il Conte 2 senza poggiare i piedi su una frana in movimento.

Sarà del 45% la soglia minimamente sostenibile di una sconfitta secca ma non disastrosa. Al di sotto c’è il buio, al di sopra la luce. I primi dati dell’affluenza, superiore di oltre quattro punti alla precedente tornata, potrebbero far pensare a un richiamo della foresta. Il senso che malgrado tutto gli umbri sono corsi in soccorso alla casa madre, turandosi il naso e anche qualcos’altro.

Ma se i conti si faranno alla fine, possiamo dire che la fine annunciata, ed è questa la novità, è la vittoria di Salvini. Poteva fare di più Vincenzo Bianconi, l’outsider mandato in extremis a reggere il vessillo di una battaglia persa in partenza? Sembra di no. Com’era chiaro che se Pd e Cinquestelle avessero marciato divisi, nemmeno ci sarebbe stato bisogno di scomodare le urne. Ko a tavolino. Contare i numeri della vittoria di Salvini e quelli della sconfitta di tutti gli altri sarà l’unica, prevedibile incombenza. L’Italia (per ora) è questa qua.

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