Lo hanno dato per morto più volte. Ora sotto i raid aerei della Coalizione internazionale, ora dell’aviazione irachena o della Russia. Ferito e paralizzato, in fuga tra Mosul e Raqqa. Come un gatto dalle sette vite, Abu Bakr al Baghdadi in realtà è sempre riuscito a sfuggire ai tentativi di eliminazione. La notizia della sua uccisione nella zona di Idlib, in Siria, da parte delle truppe americane è l’ultima di una serie sulla morte del leader dell’Isis che hanno contribuito a farlo diventare una figura leggendaria.

Il ‘califfo’ al Baghdadi, al secolo Awwad al Badri, nasce da una famiglia sunnita nel 1972 a Samarra, in Iraq, città simbolo dello sciismo, e cresce a Baghdad dove vive fino al 2004 con due mogli e sei bambini. Nel 2003, durante l’invasione anglo-americana dell’Iraq, Awwad, allora trentaduenne, forma un gruppuscolo armato e si unisce alle formazioni jihadiste. Finisce nelle mani dei soldati americani e viene imprigionato a sud di Baghdad nelle celle di Abu Ghraib.

Una volta libero si avvicina ad al Qaida in Iraq, che diventa ‘Stato islamico dell’Iraq’. Alla morte del capo Abu Omar al Baghdadi, il 18 aprile 2010, i vertici del gruppo nominano leader proprio Awwad che prende il nome di Abu Bakr. Un mese dopo, il 16 maggio, annuncia l’alleanza con al Qaida, guidata da Ayman al Zawahiri. Ma poco dopo comincia a sfidare l’autorità del medico egiziano, successore di Bin Laden, ucciso nel 2011.

Con l’inasprirsi della guerra siriana nel 2013 e con il ritiro di gran parte delle truppe governative di Damasco dal nord e dall’est della Siria, gli uomini di Baghdadi risalgono facilmente l’Eufrate e prendono Raqqa, proprio come è successo poi con Mosul, la seconda città dell’Iraq, caduta nel giugno 2014. Forte di successi militari ancora inspiegabili contro eserciti descritti come i più potenti della regione, il credito di Baghdadi che ha ormai rotto con al Qaida – e su cui gli Usa hanno intanto messo una taglia milionaria – conquista la fiducia di migliaia di giovani jihadisti di mezzo mondo in cerca di una ragione per vivere e morire. Quindi la consacrazione definitiva con il celebre sermone alla moschea di Mosul che annuncia la nascita dello Stato islamico.

In quell’anno cominciano a diffondersi le notizie sulla morte del Califfo. Già il 10 novembre 2014, l’Iraq afferma che il leader jihadista è rimasto ferito in un raid aereo iracheno ad Al Qaim, nella provincia occidentale di Al Anbar, mentre l’allora ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al Jaafari, si spinse a scrivere su Twitter che Baghdadi era stato ucciso. Il Pentagono conferma di aver colpito un convoglio di leader dell’Isis vicino a Mosul, ma senza poter confermare quale fosse la sorte di Baghdadi.

Solo sei mesi dopo, nell’aprile 2015, un nuovo annuncio diffuso da alcuni media iraniani e iracheni, e ripreso da siti online panarabi di scarsa autorevolezza, secondo cui Baghdadi sarebbe morto in un ospedale israeliano sulle Alture del Golan, dopo essere rimasto ferito in un raid aereo. Sempre nel 2015, ancora il governo iracheno rende noto che il Califfo è rimasto coinvolto in un raid dell’aviazione di Baghdad nell’ovest del Paese e che è stato “portato via d’urgenza”, ma senza saper precisare se fosse rimasto ferito. Il giorno dopo, il 12 ottobre, fonti mediche locali riferirono che Baghdadi non risultava né tra i feriti né tra i morti dell’operazione.

L’11 giugno 2016, è la tv di Stato di Damasco a riferire che Baghdadi è stato ucciso in un raid su Raqqa il giorno prima. Poi ancora la presunta morte in un raid russo sulla stessa città siriana a maggio, che Mosca precisa di non poter confermare al 100 per cento. Poi le notizie si diradano. Ma a settembre 2017 si diffonde un nuovo audio nel quale il Califfo cita i suoi seguaci a continuare la guerra santa.

A marzo 2019 gli 007 iracheni sostengono che il capo dell’Isis sia nascosto nel deserto lungo il confine tra Siria e Iraq. Il mese dopo, per la prima volta dopo cinque anni, Baghdadi compare in un video di 18 minuti in cui parla della “guerra ai crociati”, ma anche di temi d’attualità come la battaglia di tra forze curde e jihadisti a Baghuz, roccaforte dell’Isis in Siria, combattuta a fine marzo. Lo scorso settembre, l’ultimo segnale: un audio intitolato ‘Agite!’ in cui il capo dell’Isis esorta i jihadisti a raddoppiare gli sforzi nel campo della predicazione, dei media, militare e della sicurezza. Fino all’annuncio di Donald Trump: “È morto piangendo e urlando. Era un codardo”. Questa volta sembrano tutti convinti: il Califfo islamista è morto davvero.

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