La sentenza del processo contro i dodici leader catalani e i conseguenti scontri di piazza che hanno infiammato la Catalogna rischiano di penalizzare il Partito Socialista spagnolo del Presidente del governo, Pedro Sánchez, in vista delle prossime elezioni del 10 novembre, dopo l’impossibilità di formare un governo dopo il voto di aprile. Le aspettative del Psoe di riuscire a guadagnare un numero di seggi sufficiente a creare una maggioranza di sinistra all’interno del Parlamento sono state penalizzate dalla necessità di ristabilire la sicurezza e l’ordine pubblico in Catalogna.

Mentre il governo di sinistra è accusato dal resto del Paese di eccessiva morbidezza nei confronti dei politici catalani, il maggior timore degli spagnoli è che vengano fatte delle concessioni a scapito delle restanti comunità autonome. Una paura che, nei sondaggi, si riflette con uno spostamento a destra dei cittadini ancora indecisi fino a qualche settimana fa, con Vox, partito di ispirazione franchista, che è sempre più vicino a diventare terza forza politica del Paese.

Il Partito Popolare, Ciudadanos e Vox esigono dal Governo un intervento chiaro per mettere un freno alle rivolte secessioniste: c’è chi chiede l’applicazione della Legge di Sicurezza Nazionale, chi reclama l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione per porre fine al mandato di Quim Torra come Presidente della Generalitat (si tratta di una disposizione di legge che permette al Governo della Spagna di obbligare una Comunità autonoma a rispettare determinate disposizioni costituzionali e di controllarne direttamente le autorità qualora essa le violi) e chi arriva a richiedere di dichiarare lo stato di emergenza, con le connesse limitazioni di diritti e libertà.

Pedro Sánchez, dal canto suo, si ritrova a essere il cosiddetto “elefante in una cristalleria”: qualsiasi sua mossa scontenterà comunque qualcuno, deve solo capire quali scelte fare per non ritrovarsi, al momento dello spoglio dei voti, ad averne delusi troppi. Il suo “anche la moderazione nel rispondere è una forma di forza” non ha convinto nessuno, specialmente dopo aver visto le immagini che arrivavano dagli scontri della scorsa settimana a Barcellona.

I suoi discorsi e il suo atteggiamento non devono aver convinto neanche i dottori del Sant Pau, ospedale dove sono ricoverati i poliziotti feriti negli scontri in città che Sánchez è andato a visitare lunedì, quando si è rifiutato di incontrare Torra durante la sua visita in giornata a Barcellona, che hanno accompagnato l’uscita del Presidente inneggiando alla libertà per i prigionieri politici.

Tra i non convinti dall’atteggiamento del Governo nei confronti della questione catalana, ovviamente, anche gli indipendentisti: attraverso un appello last-minute tramite Telegram e social, gli attivisti di Tsunami Democràtic, prima di venire a sapere che l’incontro tra Sànchez e Teresa Cunillera, delegato del Governo in Catalogna, era stato annullato, si sono riuniti davanti alla sede dell’esecutivo spagnolo a Barcellona, sedendosi per terra con dei cartelli con su scritto “Spain Sit and Talk”,“Spagna, siediti e parliamo”, bloccando completamente la zona e diventando, qualche ora dopo, trending topic a livello mondiale su Twitter.

Zona assolutamente non bloccata, invece, quella centralissima di Plaça Sant Jaume, in occasione del discorso di Albert Rivera, leader di Ciudadanos in piena campagna elettorale che il 16 ottobre non è riuscito a riempire la piazza. Ha fatto molto discutere il suo “voglio essere Presidente per poter mettere in carcere coloro che vogliono spezzare il Paese”: dai sondaggi appare chiaro come chi ad aprile ha votato per il suo partito ora rivolga le proprie simpatie verso il Partito Popolare, il Psoe, Vox o preferisca addirittura astenersi.

Unidas Podemos, la coalizione di sinistra formata da Podemos, Izquierda Unida e da Equo, sta pagando la sua posizione ambigua in merito alla questione catalana e retrocede nei sondaggi, facendo indirizzare chi aveva votato per loro ad aprile verso Más País, la nuova piattaforma politica fondata da Íñigo Errejón, per prevenire la totale dispersione dell’elettorato del centrosinistra dopo che Sánchez ha preferito tornare a votare che creare un governo in coalizione con Unidas Podemos.

In questo scenario di frammentazione e di scarsità di dialogo, per raggiungere il numero di 176 scranni necessari per ottenere la maggioranza assoluta e poter continuare a essere primo ministro, Sánchez avrebbe bisogno dell’appoggio, sia esplicito che derivato dall’eventuale astensione, dei partiti indipendentisti. Le cui priorità, al momento, sono ben altre.

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