Joker, il film diretto da Todd Phillips, sembra l’epopea di un’escalation della malvagità che nasce da una serie di avvenimenti fortuiti e banali e si alimenta dalla connessione strettissima fra singolo e moltitudine, fra mondo interno e mondo esterno, intrecciati in una crescita continua, perversa e reciproca.

Arthur Fleck, interpretato in maniera magistrale da Joaquin Phoenix, è un poveraccio che si guadagna da vivere facendo il clown di strada per le vie di Gotham City. E’ affetto da un disturbo particolare che lo porta a ridere impulsivamente senza motivo e senza potersi frenare volontariamente. Ma le persone intorno a lui, figlie di uno spirito del tempo inquieto e turbolento, tendono ad interpretare questo sintomo come una provocazione e rispondono violentemente.

Di fronte al pericolo si può scegliere l’accettazione passiva o la lotta. Per Arthur la prima modalità di risposta comporta il licenziamento dal proprio lavoro e altri danni personali. Appresa la lezione, a una nuova violenza subita si difende sparando ai suoi aggressori. E’ la nascita di Joker, che riscatta l’Arthur oggetto dello scherno e del divertimento altrui attraverso un personaggio maligno, senza limiti morali, che prova piacere a essere malvagio e che paradossalmente diviene una sorta di portavoce delle ingiustizie e delle disuguaglianze sociali che dilagano a Gotham City.

Nei momenti bui della storia si perdono non solo i diritti ma anche il senso dell’umanità. Purtroppo i protagonisti di questi periodi non hanno una tessera di riconoscimento come cattivi, al contrario: ognuno di noi può essere protagonista più o meno consapevole di questo tipo di drammi, perché dall’interno gli avvenimenti della storia possono essere valutati con difficoltà. Proprio questa inconsapevolezza ha portato Hannah Arendt a parlare di “banalità” del male.

Chi compie azioni malvagie è spesso convinto di essere nel giusto. Chi impiccava senza processo i ladri di cavalli, chi bruciava i neri, chi torturava gli eretici, chi si esercita in una pulizia etnica, chi deporta e ammazza ebrei, rom o altre minoranze, non crede di essere cattivo ma di essere un giustiziere, cioè di agire per la giustizia, di compiere un’opera meritoria, nessuno si sente colpevole. Persino il terrorista della sinagoga di Halle, in Germania, con due morti sulla coscienza, si sarà sentito un eroico paladino del giusto.

Il terrorista di Halle e Joker hanno in comune di non essere proprio sani di mente, ma non è del tutto corretto considerarli esclusivamente come schegge impazzite, sono piuttosto i portavoce inconsapevoli di una malattia sociale più profonda ed invisibile, non più governabile da coloro che l’hanno creata. La perdita di controllo sugli avvenimenti crea negli esseri umani un senso di impotenza e il ricorso al pensiero magico. Ci si affida a una entità immaginaria, mitologica, superiore, consolatoria e salvifica, a cui si appartiene in maniera integralista con i “buoni”, al proprio interno da difendere a oltranza dai “cattivi”, gli estranei, gli stranieri, tutti coloro che stanno fuori, riaprendo così il gioco della caccia alle streghe.

Nonostante ci sia sentore di tempi bui, abbiamo ancora la speranza e la possibilità di coltivare anticorpi. Se il male fiorisce all’interno di un sistema incapace di valutarsi è necessario lasciare una porta aperta ad una critica, ad una diversità di vedute, ad un’autocritica. Solo l’audacia di non sentirsi completamente nel bene, per usare un’espressione di Andres Gluksmann, può consentirci di pensare male del male.

Questa necessità di credere, perseguire, appassionarsi e allo stesso tempo di ironizzare ed esercitare una critica è l’unica garanzia per mantenere la democrazia. Diamo spazio allora ai movimenti spontanei libertari, antifascisti, antirazzisti. Critichiamoli e combattiamoli pure, ma non facciamoli morire.

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