Quello che più colpisce della casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio è lo stato di conservazione. La prima impressione è che il tempo si sia fermato al 1953, anno in cui morì Maria, la sorella che più di tutti si prese cura del poeta, amandolo come un figlio. Varcata la soglia si scopre che tra quelle mura le lancette degli orologi si sono arrestate per sempre molto prima, nel 1912, anno della scomparsa di Pascoli.

Da allora Mariù, animo da suora di clausura ma polso ferreo quando si parlava di proteggere la memoria del fratello, non toccò quasi più nulla: gli utensili per fare i passatelli romagnoli, i libri, le bottiglie di Strega sono tutti al loro posto. Anche il camino non fu più acceso, per non disturbare le api che, ai tempi in cui Pascoli scriveva Il fanciullino, ci avevano fatto l’alveare. Ancora oggi sono lì e ronzano tra i cespugli di un placido giardino affacciato sulla Valle del Serchio, che Pascoli definì “del Bello e del Buono”: una conca dalle curve morbide che fu per lui fonte di ispirazione prima e poi luogo di sepoltura accanto, in vita come in morte, alla sorella-madre.

Dalla loggia di casa, Pascoli sentiva i rintocchi delle campane di Barga, oggi nella lista dei borghi più belli d’Italia. Una volta varcata la Porta Reale, dopo una scalinata ripida ma non troppo si giunge su un pianoro al cospetto di quelle campane, nella torre della Collegiata di San Cristoforo. Il “Duomo”, come lo chiamano semplicemente i locali, è un monumento di grande fascino e sprigiona un’energia potente, quasi mistica. Merito forse della bellezza semplice della struttura, rivestita dalla pietra alberese che si staglia contro il cielo; merito anche del momento: una tiepida serata di settembre rischiarata dalla luna, unica luce certa sopra una vallata verde e buia, punteggiata qua e là dal baluginio proveniente da qualche casetta.

Racchiusa tra le guglie delle Alpi Apuane e i profili più tenui dell’appennino tosco-emiliano, la valle del Serchio ha due elementi ordinatori. Il primo, nonostante lo stravolgimento del corso originale da parte degli indigeni, è opera della Natura: il fiume Serchio, che scende dalle pendici del monte Sillano e prosegue il suo corso fino alla Marina di Vecchiano (Pisa). Il secondo è solo frutto dell’uomo.

Il Ciocco, un parco privato di 600 ettari, prende il nome da una poesia del Pascoli presente ne “I canti di Castelvecchio” (Il babbo mise un gran ciocco di quercia / su la brace; i bicchieri avvinò; sparse / il goccino avanzato; e mescé piano / piano, perché non croccolasse, il vino). I proprietari, la famiglia Marcucci, hanno ricreato al suo interno un polo di accoglienza turistica in cui l’attività ricettiva ispirata dal concetto di albergo diffuso si mixa con quella sportiva, congressuale ed eventistica.

Tra le grandi kermesse ospitate al suo interno si ricordano i Giochi senza frontiere nel 74, una tappa del Giro d’Italia l’anno successivo e il campionato mondiale di scacchi nel 77. Nel frattempo, il Ciocco si è trasformato in una sorta di borgo turistico che oggi ospita quattro hotel, ristoranti dislocati a varie altitudini, chalet, appartamenti per turisti e uno studio di registrazione, già casa di Videomusic, la prima emittente musicale europea.

Nonostante le comodità offerte, il modo migliore di vivere questa terra è seguendo il motto della “living mountain”. Si può noleggiare un’e-bike e pedalare sui tornanti dai 280 ai 1.100 metri sopra il livello del mare, sfrecciando tra faggi e ruderi di metati, le antiche costruzioni dove si essiccavano le castagne; o passeggiare tra antiche fortezze, conventi diroccati e mulini alla ricerca dei presidi slow food come il prosciutto Bazzone, dall’aroma di muschio e castagna, e il Biroldo, sanguinaccio fatto con la testa del maiale. Per smaltire, basta una bella scarpinata di 20 chilometri per raggiungere la grande arcata del Ponte del Diavolo, tra Lucca e la Garfagnana. La leggenda narra che San Giuliano, non riuscendo a completarlo per l’eccessiva difficoltà, chiese aiuto al diavolo promettendo in cambio l’anima del primo essere vivente che vi fosse passato sopra. Terminato il ponte, San Giuliano attirò sopra un cane con un po’ di cibo e beffò Satana.

Indirizzi

Dormire
Il Renaissance Resort del Ciocco, 4 stelle con una piscina all’aperto, spa, palestra e campo da tennis.

Mangiare
La Taverna dello Scoiattolo, a 940 metri d’altitudine, sempre all’interno del Ciocco. Un’accogliente baita circondata da castagneti, in cui assaggiare cibi rustici della tradizione toscana. A Barga, l’indirizzo imperdibile è l’Osteria di Riccardo Negri: ottimi i maltagliati al ragù di cinghiale e i funghi porcini ripieni con formaggio.

Passando da Firenze, prima di partire per la provincia di Lucca, si può sostare a La Ménagère, già negozio di casalinghi nato nel 1896, rinato oggi come concept-restaurant in cui convivono ambienti di design industriale, dettagli in stile shabby e arredi di recupero, il tutto condito con una ristorazione di alto livello. Tra i piatti più apprezzati dello chef Fabio Barbaglini i pomodori fichi e melanzane con canditi al forno, sfoglie di pane, olio e sale. Notevole anche il dessert: fichi infusi al tè con crema fresca di capra e croccante ai semi di papavero.

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