Un anno di carcere. È la pena comminata ieri alla giornalista marocchina Hajar Raissouni, condannata dal tribunale di Rabat per “aborto illegale” e “dissolutezza e relazione sessuale al di fuori del matrimonio”. Un caso che ha suscitato clamore e proteste, non solo in Marocco. Insieme a lei, sono stati condannati il fidanzato, Amin Rifaat, a un anno, il ginecologo a due anni di carcere più altri due di interdizione dalla professione medica, l’anestesista a un anno con la condizionale e persino la segretaria a otto mesi con la condizionale.

Arrestata il 30 agosto 2019 da sei poliziotti mentre usciva da uno studio medico di Rabat, la donna, 28 anni, si è sempre dichiarata innocente. Ha spiegato di essersi recata in quell’ambulatorio a causa di una emorragia interna – confermata dal ginecologo – e di essere stata poi sottoposta a un esame medico senza il suo consenso. Il suo avvocato aveva equiparato tale trattamento a una tortura. Non solo: la donna afferma di aver sposato il suo compagno in Sudan e che la loro unione non è stata ancora registrata in Marocco a causa di ritardi burocratici.

Il caso sta provocando discussioni e un vasto clamore, sia sui media tradizionali che sui social, con due filoni: da un lato ci si focalizza sui diritti della donna e si sottolinea l’arretratezza del codice penale marocchino, la cui riforma è rimasta in sospeso; dall’altro invece si parla apertamente di “processo politico”. Hajar, infatti, scrive per Akhbar Al Yaoum, un giornale arabofono di opposizione, una delle poche voci critiche rimaste. Lì lavora anche lo zio, Souleymane Raissouni, redattore capo. È lui stesso a spiegare alla stampa presente al processo: “L’opinione pubblica marocchina e internazionale dice che Hajar è accusata a causa delle sue opinioni, delle sue posizioni, di quelle del giornale e della sua famiglia. La sentenza di oggi l’ha confermato”. Gli fa eco un altro zio della giovane, Youssef Raissouni, membro dell’Associazione marocchina dei diritti umani (Amdh): “Questo verdetto si iscrive in un contesto marocchino caratterizzato dal non rispetto delle leggi e delle libertà”.

Ilfattoquotidiano.it ha interpellato Amnesty Italia, che spiega: “Ovviamente le autorità marocchine negano che la persecuzione giudiziaria di Hajar abbia a che fare con la sua professione giornalistica. Qualcosa fa però supporre il contrario. Hajar è la nipote di Ahmed Raissouni, noto teologo islamista ed ex presidente del Movimento per l’unicità e la riforma, uno dei più popolari movimenti religiosi del Marocco. La giornalista è conosciuta per i suoi articoli critici nei confronti del governo. A maggio ha pubblicato una lunga intervista ad Ahmed Zefzafi, padre di Nasser, il leader del movimento di protesta Hirak El-Rif che è in carcere. Nel novembre 2018, l’ex direttore di Akhbar al-Yaoum, Taoufik Bouachrine, era stato condannato a 12 anni di carcere per accuse politiche”.

A prendere posizione fin da subito è stata anche Reporters Sans Frontières che, all’indomani dell’arresto della giornalista, aveva lanciato una raccolta firme per chiederne l’immediata liberazione. Secondo loro, il processo “dimostra l’esistenza di un sistema in cui le questioni di costume sono utilizzate come mezzi di pressione contro le persone considerate fastidiose dal potere”. Rsf ricorda che per il proprio giornale Hajar Raissouni aveva di recente scritto diversi articoli sui detenuti del movimento sociale Hirak. E in una lettera inviata dal carcere prima della condanna lei stessa racconta di essere stata interrogata sulle attività dei suoi zii Ahmed Raissouni, il teologo islamista, e Souleymane Rassouni, l’editorialista di Akhbar Al Yaoum.

C’è poi tutta la discussione riaccesa attorno al tema dell’aborto, che la legge marocchina permette solo se è in pericolo la salute della madre e se il padre acconsente. Chafik Chraïbi, ginecologo e presidente dell’Associazione marocchina per la lotta contro l’aborto clandestino (Amlac), intervistato dal quotidiano francese Liberation, dopo aver precisato che in base alle informazioni disponibili in questo caso l’aborto non c’è proprio stato, aggiunge: “Sono scandalizzato che il Marocco applichi una legge che risale agli anni ‘60 e che non ha più nulla a che vedere con la società attuale. La repressione si fa più dura. Nel 2018, 73 persone sono state perseguite per il reato di aborto, quando prima se ne contavano tre o quattro all’anno. Lo stato lasciava fare”. E prosegue: “Nel caso, è il medico che viene spesso arrestato, non la donna, che al massimo viene condannata con la condizionale. A quanto ne so, Hajar Raissouni è la prima donna incarcerata per aborto in Marocco.”

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