È stato condannato all’ergastolo per terrorismo dalla Corte penale di Tripoli l’imprenditore della Rimini Yacht Giulio Lolli, noto come il “pirata” o “Capt Karim”, come si firmava sui social prima dell’arresto nell’ottobre 2017 in Libia. Le accuse che Tripoli ha avanzato nei confronti di Lolli sono, in parte, avvolte nel mistero. Nulla a che vedere però con le truffe delle quali è accusato in Italia in qualità di imprenditore nel mondo degli yacht. All’epoca del suo arresto, si parlò di un fiancheggiamento del gruppo estremista separatista e di traffico di armi, visto che era stato ritratto in alcune foto a bordo di imbarcazioni, adibite al trasporto di mezzi militari, insieme a esponenti di primo piano della Shura di Bengasi.

Latitante da 7 anni, Lolli era ricercato anche dalla procura di Rimini che aveva emesso due mandati di cattura internazionale e una richiesta di estradizione. In Romagna lo attende ancora un processo. La sua unica condanna italiana è un patteggiamento a 4 anni e quattro mesi a Bologna per la corruzione di finanzieri. Ma quando la sentenza venne pronunciata, Lolli era già scappato lasciando dietro di sé un buco milionario. Attraverso un sito web personale, raccontava la sua fuga e la ribellione al regime di Gheddafi contribuendo a rafforzare la sua aura da “ultimo avventuriero”. In Libia si faceva fotografare in giacca mimetica, basco militare ben calzato, viso segnato da combattente e con in mano la bandiera libica, al timone di uno yacht o su un fuoristrada nel deserto.

La giustizia italiana riuscì a fermarlo nel 2011 a Tripoli all’uscita di un hotel di lusso. Allora furono servizi segreti, Interpol e accordi in vigore con il colonnello Gheddafi a far scattare le manette. Ma quando la Corte Suprema stava per dar corso alle richieste di consegna, finì per essere liberato dai ribelli, al fianco dei quali Lolli combatté “la battaglia decisiva di Bab Al Jazia contro il regime di Gheddafi”, come raccontava nel suo sito. E mentre dava battaglia in Nord Africa, sfidava la giustizia italiana. Alla quale ora probabilmente si appella per sfuggire a quella nordafricana. Il suo difensore Antonio Petroncini auspica una consegna all’Italia in tempi brevi: “Non è mai facile avere informazioni su quel che succede là”.

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