L’occupazione dell’Amazzonia è un’ossessione per i governi autoritari del Brasile da sempre. E non stupisce il piano del presidente Jair Bolsonaro per assecondarla una volta per tutte. Con tre infrastrutture in particolare: la diga idroelettrica a Oriximiná, un ponte sul Rio delle Amazzoni nel municipio di Óbidos e l’estensione dell’autostrada Br-163 a Suriname. Bolsonaro punta alle risorse del suolo e del sottosuolo di un’area considerata dall’entourage presidenziale come “desertica” e “praticamente inesplorata”. E per farlo nei suoi discorsi usa una retorica smaccata sostenendo la necessità di difendere la sovranità nazionale dalla “grande strategia indiretta di annullamento dello stato brasiliano in Amazzonia”, rilanciando il progresso tecnologico e lo sviluppo economico. E ancora difendere l’interesse nazionale dai nemici interni: ambientalisti, Ong e Chiesa cattolica “manipolabili dai paesi che vogliono l’internazionalizzazione dell’Amazzonia”. E pure difendere il confine patrio con il Suriname, paese che riceve investimenti cinesi e che “minaccia il Brasile con la politica dell’emigrazione di massa già usata strategicamente da Pechino in Siberia” o per frustrare le ambizioni indipendentistiche di nepalesi e uiguri nello Xinjiang.

La strategia di azione elaborata dai vertici delle forze armate inseriti in tutti i centri di controllo e gestione del governo, in via di sviluppo sin dai primi giorni dell’amministrazione del governo di estrema destra di Brasilia è stata svelata da un’inchiesta giornalistica di “The Intercept”. Il giornale ha pubblicato una serie di documenti inediti e audio di riunioni segrete tra esponenti del governo, politici e imprenditori che mettono in evidenza la presenza di una regia che coordina ogni attività di ‘conquista’ del territorio amazzonico, unica area del paese dove, grazie alle azioni a tutela dell’ambiente e delle comunità indigene il latifondismo, base dell’economia agricola brasiliana, e lo sfruttamento intensivo del territorio hanno incontrato una minima resistenza.

Senza capacità di programmazione a lungo termine, il governo Bolsonaro prevede l’applicazione di politiche economiche esploratorie di matrice coloniali, anche recuperando i progetti di “interesse nazionale” lanciati e non conclusi dalla dittatura militare al potere tra il 1964 e il 1985. L’azione governativa risoluta sostenuta da una propaganda pompata con miliardi di budget dedicati e favorita l’impunità garantita agli speculatori dall’incapacità dolosa e colposa del sistema giudiziario brasiliano, mette seriamente oggi a rischio la sopravvivenza dell’Amazzonia.

Secondo quanto pubblicato da The Intercept a partire da febbraio il governo Bolsonaro ha avviato la discussione del più grande piano di occupazione e sfruttamento dell’Amazzonia dall’epoca della dittatura militare. Il piano denominato “Barone di Rio Branco”, gestito dal sottosegretario per gli Affari Strategici, il generale della riserva Maynard Santa Rosa, riprende il vecchio sogno militare di popolare l’Amazzonia, con il pretesto di sviluppare la regione e proteggere il confine settentrionale del paese. I documenti pubblicati descrivono in dettaglio l’azione coordinata che prevede incentivi per le grandi imprese che favoriscono il trasferimento di lavoratori non indigeni da altre parti del paese per stabilirsi in Amazzonia e ad aumentare la partecipazione della regione settentrionale alla crescita economica del paese.

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In particolare The Intercept ha pubblicato le registrazioni audio di un incontro organizzato da Santa Rosa il 25 aprile di quest’anno presso la sede della Federazione delle imprese agricole dello stato di Pará, nella capitale Belém. Nella riunione il generale sottolinea quanto il governo ritenga importante approfittare della “ricchezza mineraria” dell’area, sfruttare il potenziale dell’industria idroelettrico e ottenere il massimo dalle terre coltivabili dell’altopiano della Guyana, tra gli stati di Amazzonia, Amapá, Roraima e Pará, “Tutto praticamente inesplorato” e “lontano dal Brasile centrale”, afferma Santa Rosa. In parallelo con la divulgazione dei documenti esclusivi si muove l’azione palese del governo Bolsonaro che più volte ha volta confermato i suoi propositi di regolamentare l’estrazione mineraria, ribadendo anche la volontà di legalizzare le attività di estrazione dell’oro in tutto il paese, incluse le terre indigene.

La strategia di penetrazione del territorio da aprire ai grandi business muove lungo tre direttrici principali, tre grandi opere infrastrutturali localizzate in Pará: la diga idroelettrica a Oriximiná, un ponte sul Rio delle Amazzoni nel municipio di Óbidos e l’estensione dell’autostrada Br-163 a Suriname. L’obiettivo dell’infrastruttura la cui costruzione è stata avviata negli anni ’70 in epoca dittatoriale è quella di collegare la città di Santarem, nel sud dello stato, con il confine surinamese, aprendo alla possibilità di trasporto della soia dal centro-ovest del paese. Nel progetto la Br-163 attraversa una delle aree dove più intenso è il conflitto agrario tra i latifondisti e le comunità locali e contadini senza terra. Non a caso è anche l’area dove in maggioranza si sono concentrati gli incendi che hanno bruciato migliaia di ettari di foresta pluviale nel mese di agosto. In particolare l’area è stata l’epicentro dei roghi dolosi appiccati nel cosi detto “Giorno del fuoco”. Secondo quanto riportato, settanta persone residenti nei municipi di Altamira e Novo Progresso, tra i quali agricoltori, commercianti e accaparratori di terre, si sono organizzati attraverso un gruppo di WhatsApp e hanno concordato di dare fuoco alla foresta ai margini dell’autostrada Br-163, che collega questa regione di Pará ai porti fluviali di Tapajós e allo stato di Mato Grosso lo scorso 10 agosto. Secondo quanto riferito dalla rivista “Globo Rural”, il loro intento era quello di mostrare al presidente Jair Bolsonaro di sostenere le sue idee relativamente “all’allentamento” dei controlli a tutela della foresta portate avanti dall’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili (Ibama) e ottenere dal governo la cancellazione delle multe per le violazioni ambientali imposte loro proprio dall’Ibama. Sul caso è stata aperta un’inchiesta della polizia federale per ordine del ministro della Giustizia, Sergio Moro.

Sfruttare l’Amazzonia è un’idea antica. Nel diciottesimo secolo ci sono state le politiche di sviluppo per la regione elaborare nella presidenza di Getulio Vargas. Nel diciannovesimo secolo, dopo il colpo di stato del 1964, è stata la volta del piano di colonizzazione creato nella dittatura militare mirava a integrare il. Uno degli strumenti principali era la costruzione della linea elettrica Tucurui, nota come Linhão Manaus-Boa Vista. Durante la prima fase dei lavori, poi interrotti, l’esercito mise in atto “dimostrazioni di forza” usando mitragliatrici e granate contro la comunità indigene waimiri-atroari. Alla fine della dittatura il progetto fu abbandonato per essere ripreso dal governo di Dilma Rousseff.

Tuttavia, i lavori non sono mai iniziati a causa del mancato rilascio dell’autorizzazione ambientale necessaria, dal momento che l’opera attraversa un territorio di riserva indigena tutelato. Per aggirare la questione relativa alle licenze ambientali, lo scorso 5 marzo il Consiglio nazionale di difesa (Cdn) brasiliano, su proposta del ministro dell’Energia brasiliano, l’ammiraglio Bento Albuquerque, ha dotato il sistema di trasmissione di energia elettrica Manaus-Boa Vista dello status di infrastruttura strategica (Sin). Con la nuova classificazione di infrastruttura strategica il progetto potrà avanzare indipendentemente dalla consultazione delle comunità indigene delle tribù Waimiri-Atroari, il cui territorio sarà attraversato per oltre 120 chilometri dalla linea elettrica. Il governo prevede l’inizio dei lavori entro il terzo trimestre di quest’anno con l’entrata in vigore della linea entro dicembre 2021.

Nonostante la presa di posizione forte della comunità internazionale in particolare in occasione dell’ondata di incendi che ha interessato l’Amazzonia e le critiche giunte da ogni lato al governo Bolsonaro, l’esecutivo gode di sostegno istituzionale in parlamento e da parte del potere giudiziario, oltre che di buona parte della popolazione. Questo rende difficile porre un argine a un’attività che al netto del pericolo per l’ambiente e per la sopravvivenza del pianeta pone in serio rischio di vita di comunità indigene, cittadini, vescovi, amministratori locali e difensori di diritti umani che, spesso nel silenzio della foresta, lontano dai riflettori, si oppongono alla violenza e alla speculazione.

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