Schopenhauer diceva:“L’uomo ha fatto della Terra un inferno per gli animali”. Difficile dare torto al filosofo di Danzica, considerando che ogni anno uccidiamo 150 miliardi di animali. Un numero siderale, una sorta di buco nero troppo oscuro per essere osservato. Una questione eticamente, economicamente e storicamente troppo complessa per essere qui affrontata nella sua interezza, ma che meriterebbe quanto meno una trattazione meno puerile di quella offerta da tutti quei media che sembrano avere più a cuore il fatto di alimentare risse sulle proprie pagine che l’affrontare responsabilmente il problema. Sarebbe infatti molto più utile iniziare ad assumersi le proprie responsabilità, finendola di scannarsi in quelle arene dell’odio (social network) dove l’indifferenza di molti si contrappone al fanatismo di pochi.

E allora iniziamo col ricordare che lo sfruttamento alimentare costringe degli esseri viventi a subire mutilazioni, detenzione, maltrattamenti; un calvario che termina con il taglio della gola, un proiettile in testa, o in una camera a gas. Lo sfruttamento per l’abbigliamento costa la vita a visoni, volpi, ermellini, procioni, cani, gatti, ecc. Bovini, daini, cavalli e altri animali esotici vengono invece uccisi per ricavarne pelle e cuoio, mentre dalle oche e gli ovini preleviamo piume e lana, causando loro dolori e malattie.

Per quanto riguarda lo sfruttamento a fini sperimentali, nonostante la legge preveda l’uso dell’anestesia, questa è spesso evitata per non compromettere i test. Inoltre, sebbene la sperimentazione dei cosmetici sia vietata in tutta l’Ue, milioni di animali vengono ancora sottoposti a dolorose iniezioni e inalazioni tossiche. Poi c’è la caccia, l’intrattenimento, ecc… Uno scorcio raccapricciante che rappresenta per altro solo una parte di quel grande affresco di morte ben documentato su siti come www.essereanimali.org.

Forse per gli animali è vero quello che scriveva Philip Dick, ovvero che Dio non c’è, ma se c’è, deve essere cattivo. Sono infatti almeno due gli aspetti imperdonabili di questa vicenda. Il primo è che saremmo forse più propensi ad assolverci se si trattasse di uccisioni dettate da un effettivo stato di necessità. Se uccidere per sopravvivere è parte della nostra biologia (ammesso che potessimo mangiare solo carne) compiere questo massacro per concedersi dei lussi non ha alcuna giustificazione. Inoltre, perché torturare altri esseri prima di ucciderli?

Il secondo aspetto è legato al metodo, nel senso che quello che ci impressiona oggi più di ieri (visto che l’uomo ha sempre ucciso animali) è la lucida e raccapricciante efficienza con la quale sterminiamo queste creature in lager gestiti da personale specializzato. Una vera e propria catena artificiale di creazione e morte che, proprio come il fegato di Prometeo, si rinnova in un loop infinito. Infinito sì, perché come scriveva Richard Wagner, il lusso non potrà mai essere appagato, dato che non esiste un suo contrario reale che possa soddisfarlo.

Tuttavia, per quanto possiamo condannare questo genocidio e assumere comportamenti che ne limitino i danni, dobbiamo prendere coscienza del fatto che lo sfruttamento animale non è né il solo, né il più grave dei danni che stiamo causando. Negli ultimi 40 anni, infatti, a causa della nostra sola presenza, è scomparso più del 60% dei mammiferi, rettili, pesci e uccelli. Rapportare questo disastro alla nostra specie significherebbe cancellare gli abitanti del Nord America, Sud America, Africa, Europa, Cina e Oceania.

Quindi, sebbene il danno diretto (allevare e uccidere) sia il più crudele, il danno indiretto (alterare l’ambiente) è ben più grave perché silente e irreversibile. La combinazione di questi due disastri potrebbe inoltre mettere in moto una sorta di selezione artificiale in base al quale saranno solo gli animali utili a continuare ad esistere. Se riflettiamo sui danni che stiamo causando, viene da pensare che l’agente Smith (Matrix) non avesse poi tutti i torti nel definirci dei virus.

Ma per carità, quella è solo fantascienza, come lo sono ormai documentari, inchieste e reportage, che ci scivolano addosso senza più generare alcuna risonanza emotiva. Sì perché da un lato (cfr. Günther Anders), di fronte all’immensamente grande, la nostra psiche tende a rifugiarsi nell’indifferenza, per cui se ci muore il gatto ci commuoviamo, ma se si estingue il rinoceronte albino…

Dall’altro c’è invece quello che, ben più modestamente, definisco effetto flat news, ovvero quell’attitudine diffusa tra i media a presentare tutte le notizie sullo stesso piano. Per cui se in un telegiornale si passa (con gli stessi toni) da una guerra in Africa al rincaro bollette, in un giornale vediamo susseguirsi (con la stessa rilevanza grafica) la notizia della morte di 50 migranti e il trasferimento di un calciatore.

L’effetto che tutto questo genera nella nostra psiche è di abituarla gradualmente, ma inesorabilmente, a registrare tutti gli eventi come parte di un unicum in cui ogni cosa ha lo stesso valore, peso e gravità, essendo posta su un medesimo piano superficiale.

Forse le cose cambieranno solo quando saremo costretti, nostro malgrado, a rivedere drammaticamente il nostro modo di stare al mondo. Distribuzione della ricchezza, consumo delle risorse, numero complessivo degli abitanti della terra sono tematiche non più rimandabili, a meno che non decidiamo di fare la stessa fine di quelle specie che abbiamo condannato all’estinzione.

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