Pesano 7-8 miliardi meno del previsto le clausole Iva da disinnescare con la manovra o da rinviare di qualche mese con un decreto ad hoc se a Palazzo Chigi arrivasse un governo “di garanzia” con il compito di traghettare il Paese alle urne. A fare i conti è il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che in un’intervista al Corriere della Sera spiega che stando alle previsioni attuali il deficit 2020 “anche a leggi vigenti sarebbe sostanzialmente inferiore al 2,1% del pil previsto nel Documento di economia e finanza di aprile scorso”. Più basso oltre lo 0,3%, è la sua quantificazione. Questo grazie alle minori spese per reddito di cittadinanza e quota 100 rispetto alle cifre preventivate lo scorso anno “ma anche per le maggiori entrate attese e i minori interessi sul debito“, a patto che lo spread non torni ad allargarsi per effetto di un aumento dei tassi sui nostri Btp decennali.

Sul fronte delle entrate, il Mef il 16 agosto ha comunicato che nei primi sei mesi del 2019 tasse e contributi hanno registrato “nel complesso un aumento dell’1,3% (+4.271 milioni di euro) rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente”. Il dato “tiene conto dell’aumento dello 0,8% (+1.587 milioni di euro) delle entrate tributarie e della crescita delle entrate contributive del 2,4% (+2.684 milioni di euro”). Quanto agli interessi sul debito, erano attesi a 63,9 miliardi ma potrebbero fermarsi a un livello più basso grazie alla strategia del Tesoro che ha emesso meno titoli quando lo spread era più alto.

Ci sono dunque 7-8 miliardi di deficit in meno da finanziare con gli aumenti automatici previsti dalle clausole, che calano così verso quota 15-16 miliardi rispetto ai 23 miliardi messi nero su bianco nella legge di Bilancio per il 2018. Questo, ovviamente, al netto delle altre misure da mettere in campo. A partire, secondo il titolare del Tesoro, da “una riduzione fiscale in direzione della cosiddetta flat tax. Altri parlano di cuneo fiscale, ma in fondo è qualcosa di molto simile: è ridurre la pressione fiscale sui redditi medio-bassi, soprattutto salari da lavoro dipendente“.

Le risorse verranno trovate da un lato “rivedendo tutte le poste per capire dove sia possibile ridurre la spesa corrente. Ci sono molte voci che a volte neppure “tirano”, non assorbono cassa”. Poi “stiamo lavorando su deduzioni e detrazioni. Anche lì ci sono spazi”. Quanto all’opzione di “buttare dalla torre “quota 100″ o reddito di cittadinanza”, Tria si dice contrario perché è “negativo avere politiche sussultorie. Se cambiamo sempre quanto fatto dal governo venuto prima, le famiglie non sapranno più quel che può succedere e non spenderanno mai quanto viene loro in tasca”.

Alla domanda sulla possibilità di “pensare a un obiettivo di deficit 2020 fra il 2% e il 2,7%, ora che anche l’Europa rallenta”, il ministro non chiude ma spiega che per l’Italia sarebbe preferibile se a investire in deficit fossero gli altri Paesi Ue con spazio di manovra, come la Germania: “Da un punto di vista economico per me il deficit non è un tabù. È uno strumento di politica economica, e purtroppo l’ Europa lo ha dimenticato. Però è uno strumento, non un fine. Conta cosa se ne vuole fare. Ha senso per aumentare gli investimenti, ma già riusciamo solo con difficoltà a farne con gli stanziamenti già in bilancio. In realtà all’Italia interessa di più e conviene di più una forte politica espansiva degli altri Paesi europei che hanno spazio di bilancio. Avremmo l’impatto positivo, senza il maggiore indebitamento”.

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