Nicola Zingaretti ha ricevuto il mandato dalla direzione Pd per trattare con il Movimento 5 stelle e valutare se esiste una “nuova maggioranza” in Parlamento. Alla vigilia della consultazioni del Capo dello Stato, i democratici si sono riuniti e hanno votato all’unanimità perché il segretario sieda al tavolo con i grillini. “Abbiamo la responsabilità e il dovere di farlo”, ha dichiarato ai suoi. La strada, come è stato chiaro fin dalle prime dichiarazioni di Zingaretti dopo le dimissioni del premier Giuseppe Conte, è molto stretta: “Serve un governo forte: chiarezza e nessuna confusa ammucchiata”, ha ripetuto. Un eventuale nuovo governo “deve essere di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”. Tra le condizioni dettate dal leader c’è la profonda discontinuità con il governo gialloverde e anche per questo i democratici non vogliono parlare di “contratto”, ma di punti da far sottoscrivere alle due parti e temi su cui far partire la discussione. Perché, è il concetto, è utile anche usare un linguaggio diverso dal passato per far capire che si apre un nuovo capitolo. I paletti fissati dal Pd vanno dall’europeismo alle politiche economiche e passano per la gestione dei flussi migratori: “Appartenenza leale all’Unione europea; pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del Parlamento; sviluppo basto sulla sostenibilità ambientale; cambio nella gestione di flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa; svolta delle ricette economiche e sociale, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti”.

Sia per il M5s che per il Pd è un passaggio molto delicato. L’incontro tra le due parti fino a poche settimane fa sarebbe stato impensabile e già una volta, dopo le elezioni del 2018, il tavolo era fallito. Oggi le condizioni sono cambiate e l’apertura non solo c’è, ma sembra nata con basi solide. La vera sfida per i democratici è quella della compattezza: le fughe in avanti dell’ex segretario Matteo Renzi, che ha voluto fin da subito mettere il cappello sulla soluzione della crisi, hanno rischiato di far saltare tutto. In questo senso, il veto 5 stelle sull’ex premier ha aiutato a far rientrare i renziani nei ranghi e a ufficializzare l’investitura di Zingaretti come unico titolato a dialogare. Resta il fatto che i renziani in Parlamento sono ancora molto forti e se il Pd si spacca, si porterà dietro anche l’eventuale governo giallorosso.

Senza però correre troppo, il primo punto su cui i 5 stelle chiederanno chiarimenti è se il Pd ha messo davvero il veto sul nome di Giuseppe Conte per guidare il nuovo esecutivo o se è ancora possibile trovare un compromesso. Zingaretti, poco dopo l’intervento del premier dimissionario in Senato, aveva parlato del “rischio di autoassolversi” e ribadito il fatto che per prima cosa si dovesse ammettere “il fallimento del governo gialloverde”. Il vice di Zingaretti, Andrea Orlando, parlando poco prima della direzione Pd, ha detto che non si può costruire una “nuova esperienza” con lo stesso premier. Ma le trattative ufficialmente devono ancora iniziare e tutto ancora può succedere. Anche perché Zingaretti, nel suo discorso non ha mai fatto riferimento al premier dimissionario e neppure nel documento se ne fa accenno. Il prossimo passaggio sarà di fronte a Sergio Mattarella: il Pd salirà al Colle domani giovedì 22 agosto alle 11. Chiuderanno il giro di consultazioni gli incontri con Lega e 5 stelle. Se riusciranno a convincere il Capo dello Stato della fattibilità del progetto, solo a quel punto inizieranno ufficialmente le trattative.

Le condizioni di Zingaretti – Zingaretti, nel suo discorso davanti alla direzione Pd, ha dato garanzia che non intende buttarsi in un’esperienza “fatta per non durare”. La sua principale preoccupazione è che, se un governo dovesse partire, non sia fatto per prendere tempo logorando i democratici e facendo loro perdere consensi. “Non credo in un governo di transizione che porti al voto“, ha esordito. “Sarebbe rischioso per i democratici e anche per il Paese. Ora tocca a noi muoverci e indicare una strada. Dentro il percorso di consultazione dobbiamo dare la disponibilità se c’è la possibilità di una nuova maggioranza parlamentare in grado di dare risposte serie ai problemi del Paese. L’eventuale nuovo governo deve essere in discontinuità con il precedente, non basato su un contratto, ma che abbia alla base una forte condivisione degli obiettivi”. Deve essere “di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”. Il problema è l’interlocutore, che fino a poche settimane fa era additato come il nemico: “Non ho mai demonizzato il M5s, ma dobbiamo essere consapevoli che con loro ci sono profonde differenze“. E, anche per questo, la “discontinuità” che l’eventuale nuovo governo deve avere rispetto a quello gialloverde, deve essere “nelle politiche e negli assetti”.

Al termine dell’incontro e dopo aver ottenuto il mandato con un voto all’unanimità, Zingaretti ha detto di essere molto soddisfatto della prova di compattezza dimostrata oggi dai suoi: “Sono molto contento e molto soddisfatto per il livello di unità e compattezza che abbiamo trovato nella direzione del partito che per la prima volta dopo moltissimi anni ha votato dandomi un mandato all’unanimità. Noi siamo pronti per riferire al presidente Mattarella la nostra piena disponibilità a verificare le condizioni di un governo di svolta utile al Paese. In un passaggio cosi delicato è di fondamentale importanza l’unità del Pd. Unità perché convinto che oggi la salvaguardia della nostra democrazia passa in gran parte per la tenuta del nostro partito o come pilastro importante di una governo o baricentro di un alternativa possibile da costruire. Sento su di me tutto il peso e la complessità della sfida e guiderò questo processo complesso, nel totale disinteresse personale, nella massima trasparenza, senza secondi fini. Lo farò e c’è una storia di una vita a dimostrare che lo farò. Non alimenterò sospetti, ma non accetterò che si alimentino sospetti sul mio operato, perché questo si sarebbe davvero la fine di tutto”.

Zingaretti ha anche promesso un accordo “alla luce del sole”: “Nessun accordicchio sottobanco ma alla luce del sole, la verifica per costruire un programma possibile, condiviso da un’ampia maggioranza parlamentare. Verificheremo alla luce del sole queste condizioni che, se non si realizzeranno, porteranno il Paese a elezioni anticipate. Oggi si è fatto un importante passo in avanti, perché tutto il Pd unito si è ritrovato in questa posizione”.

Il vicesegretario Andrea Orlando e i dubbi su Conte – Poco prima di iniziare la direzione, a mettere in discussione il nome di Conte per il futuro è stato il vicesegretario Pd Andrea Orlando: “Non è possibile” costruire oggi “una maggioranza diversa con lo stesso presidente del consiglio”, ha dichiarato prima della riunione. Secondo l’ex ministro della Giustizia, durante il discorso in Senato il premier “ha dato segno di un sussulto apprezzabile, ma francamente mi pare che ci sia un tratto di trasformismo nel cambiare maggioranza e mantenere parte dello stesso esecutivo”, dunque “credo che sarebbe più logico pensare a un esecutivo nel quale si introduca una netta discontinuità”. Parlando a Radio24, Orlando ha spiegato anche che, a suo giudizio, “la discontinuità debba essere ricercata rispetto anche alle esperienze che hanno riguardato il Partito democratico“, perché “se apriamo una fase nuova è giusto che sia una fase nuova per tutti”. Altrimenti, “sarebbe un po’ un Frankenstein un governo che sia la somma delle compagine del governo Conte più dei governi Renzi e Gentiloni”. Dunque “credo che sarebbe più logico pensare a un esecutivo nel quale si introduca una netta discontinuità”.

Renzi: “Governo Pd-M5s solo senza di me. Non ho ambizione a farne parte” – Tra i nodi da sciogliere prima di aprire le trattative, c’è sicuramente quello sulla figura dell’ex premier Matteo Renzi. Che ha detto ufficialmente di voler restare fuori dalla squadra. “Se c’è una persona che in questo eventuale governo giallorosso non deve entrare, sono io”, ha detto a Radio anch’io su Radio 1. “Ho lanciato l’idea, ma il mio messaggio è credibile se accompagnato dalla rinuncia a poltrona e incarico. Non c’è l’ambizione di farne parte”. Il problema rimane il dualismo con il segretario Zingaretti che fin dall’inizio spingeva per le elezioni, mentre Renzi in Senato, in contemporanea, faceva conferenze stampa per aprire ai 5 stelle. La direzione Pd è servita proprio a questo: cercare di ricompattare le due parti. “Mi pare che il Pd abbia una posizione molto chiara sul governo di legislatura”, ha commentato stamattina Renzi. “E che il segretario abbia detto una cosa molto chiara. Ha detto: io ci sto se c’è un governo solido, forte, di ampio respiro”. Per il senatore il ricorso al voto resta “uno show-down” perché “è un atto che non fa bene all’Italia”. “Stavolta il Pd non è il problema”, ha ribadito Renzi, “stavolta il pasticcio l’ha combinato Salvini”. Insomma, “credo che l’alternativa oggi non sia tra queste due cose”, ovvero governo istituzionale o di legislatura, “ma tra elezioni (un’ipotesi ancora in campo) o governo. Si tratta di scegliere”.

La presa d’atto di Renzi viene confermata dalle dichiarazioni di Francesco Boccia, che ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dove ribadisce il no alla “ammucchiata contro Salvini”. Il componente della direzione Pd tira in ballo proprio l’ex premier, per il quale “è più importante un governo purché ci sia”. “Io invece – obietta – penso che si potrebbe fare solo se avesse un programma di legislatura. Governicchi per sei mesi non servono, se non forse a comprare tempo per singole storie politiche sulla pelle degli italiani”. Quindi, “o si fa un governo di legislatura con un programma che, per esempio, cancelli i decreti Salvini, superi il decreto dignità ma anche il Jobs act, o è meglio votare”. Poi la stilettata: “Vedo le solite manovre per far nascere partiti pseudocentristi, raccogliendo anche quelli che oggi si vergognano di aver militato in Forza Italia

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