Conti in rosso per 38 milioni, e altri 136 che il MIUR chiede di restituire. Il presidente che si dimette, ma anche una sentenza del Tar che rianima le speranze per il Titanic dell’informatica di Stato di proseguire il suo viaggio con fondi pubblici. I fatti. Da marzo ad agosto, hanno lasciato l’incarico figure chiave in scadenza, in particolare i rappresentanti del Miur nel collegio dei revisori dei conti e nell’assemblea consortile. L’1 agosto scorso si è dimesso il presidente e membro del cda Emanuele Corazza con un anno di anticipo. Che cosa sta succedendo al Cineca?

Per capirlo si deve tornare indietro di circa sei mesi e leggere il bilancio pre-consuntivo per l’anno 2018, dove risultava che il consorzio, a fronte di ingenti perdite occorse nel precedente bilancio 2017 per quasi 6 milioni euro (pubblici), stava tornando in utile per 2.1 milioni: insomma, un riscatto della gestione degli attuali amministratori pubblici. La speranza si è però infranta sei mesi dopo. Nel bilancio 2018 (consuntivo, ossia definitivo), che è stato pubblicato dal Cineca, sempre approvato dai medesimi amministratori, al posto dell’utile sperato è stata invece iscritta una perdita per ben 38.308.850 euro. Sempre soldi pubblici. Tale perdita, per altro, sarebbe dovuta essere ancora maggiore, pari a 50 milioni almeno, perché gli amministratori hanno iscritto a bilancio 14 milioni di ricavi relativi alla quota del Fondo per il finanziamento ordinario delle università (FFO) per i servizi resi al Miur nel 2018.

Su questo è appena intervenuta un sentenza di primo grado del TAR del Lazio che fa salvi, per ora, il contratto per i servizi informatici che il MIUR avrebbe dovuto stipulare con il CINECA per il 2018, al posto dei contributi ministeriali che erano già stati condannati in modo definitivo come “aiuti di stato illegali”, e pertanto erano stati congelati e chiesti indietro dal Miur per gli anni passati. Si tratta di 13 milioni per il supercalcolo e di 14 per i “servizi per il Miur”. La notizia fa tirare due sospiri di sollievo dalle parti di Caselecchio di Reno, perché oltre a confermare le cifre in bilancio non come perdita (per ora) consentono di sostenere il principio che consente a Cineca di ricevere appalti milionari senza fare le gare.

La qualifica di organismo “in house” permette – nonostante una natura giuridica privata – di ricevere affidamenti diretti sopra soglia comunitaria senza gara pubblica, ma a condizione che i ricavi per servizi verso i propri consorziati siano superiori all’80% dei ricavi (meno del 20% verso i privati). Al di sotto di questa soglia Cineca dovrebbe concorre alle gare che oggi non fa, agendo di fatto da monopolista nel settore dei software gestionali per la pubblica amministrazione.

Per il dg del consorzio David Vannozzi, al secondo mandato, la pronuncia della giustizia amministrativa fa ben sperare. “Forse ci consente di recuperare qualcosa di quei fondi; anche perché nel frattempo ci siamo adoperati per sistemare gli aspetti statutari che prima costituivano un problema sotto il profilo della concorrenza e della natura in house del consorzio”. Ma a leggere meglio le carte la questione non è così pacifica, e già si annunciano ricorsi da parte della concorrenza privata.

La strada di Cineca in ogni caso non pare in discesa. Nel 2017 la perdita è stata di 5.950.280, ma nel 2018 è salita a 38.308.850. Tutto questo deve aver spinto il presidente Corazza, su cui ricadeva la responsabilità penale dei bilanci, a lasciare con anticipo. A settembre sarà sostituito con il nome indicato dal ministro sulla terna proposta dall’assemblea dei rettori.

La situazione preoccupa i ricercatori. “Chi non lo sarebbe?”, ammette Vannozzi che però assicura: “Sul fronte del personale siamo scesi da 800 a 770 dipendenti ma erano tagli previsti e in vista non ce ne sono altri. Ricordo che veniamo pur sempre dalla sciagurata fusione tra Caspur e Cilea (due consorzi minori, ndr), che ci ha portati ad averne 950, quando il numero utile e necessario era di 750. Ma lo raggiungeremo bloccando il turnover”. Sui conti “purtroppo i numeri sono questi”.

Il futuro, probabilmente, si tingerà in ogni caso di rosso. La relazione dei revisori riporta che sempre nel 2018 il Cineca ha “patteggiato” con l’Agenzia delle Entrate, per tasse non pagate (IRES, IVA, IRAP) 27.065.174 euro complessivi (contro circa 55 milioni di euro contestato dall’Agenzia), con un onere di 6.171.114 a carico dell’esercizio 2018, e ulteriori oneri pari a 5.970.073 euro per il 2019 e 14.923.987 euro per gli esercizi successivi. A pag. 117 del bilancio 2018, si legge ancora che il Miur ha richiesto il rimborso di ulteriori 136.662.142 euro, oltre ad interessi e rivalutazione monetaria, a fronte dei contributi ricevuti dal Consorzio per gli esercizi dal 2005 al 2014, in quanto aiuti di stato illegali (come statuito nella sentenza del 22 ottobre 2015 del Consiglio di Stato). Il che ipoteca il ritorno all’utile per i prossimi anni.

Aggiornato il 23 agosto 2019

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