A un anno dalla strage autostradale di Genova, oltre al dramma che ha travolto familiari e gli amici delle 43 vittime dirette, nell’area del crollo del Ponte Morandi centinaia di persone hanno visto stravolgere la propria vita. C’è chi ha perso il lavoro e, a oggi, può contare solo su un contratto a tempo determinato di un anno nei servizi di pompe funebri, parcheggi e rifiuti del Comune, chi è costretto a convivere con i disagi, le polveri e i rumori del maxi-cantiere e chi ha perso la propria casa.

Eppure la simpatia e la solidarietà con cui inizialmente l’opinione pubblica è stata vicina a queste ‘vittime collaterali’ del crollo del viadotto che attraversava la Val Polcevera sono andate scemando nel corso dei mesi. “È come se il fatto che siamo riusciti a restare uniti e lottare per i nostri diritti – condivide la sua riflessione Mimma Certo, tra i punti di riferimento del Comitato degli sfollati – anziché essere spunto e incoraggiamento per chi si trovi in situazioni analoghe, sia diventato ragione di invidia”. Sì perché a Genova i cittadini hanno deciso di non stare a guardare in attesa che le istituzioni provvedessero a risolvere i loro problemi, dagli sfollati agli interferiti dai lavori, passando per commercianti e lavoratori, hanno saputo riunirsi in assemblee, eleggere rappresentanti e appoggiarsi a legali e tecnici per far valere le proprie ragioni. Un impegno di pressione democratica sulle istituzioni che ha portato, a un risarcimento più che adeguato per le case vendute allo Stato, opere di mitigazione e maggiori controlli sul cantiere di demolizione e ricostruzione, senza per altro incidere negativamente sulla velocità dei lavori.

Ripercorriamo questi mesi attraverso i ricordi e lo sguardo di chi avevamo seguito all’inizio della sua ‘odissea’, quando non c’era nulla di sicuro, come la maestra di via Porro Iris Bonacci, con Mimma Certo, che assieme a sua sorella Annarita è stata tra i soggetti più attivi del comitato degli sfollati del Ponte Morandi e con Giorgio Sacchi, che ha perso la casa ereditata da suo padre in via Porro e da agosto vive ai confini della zona rossa, a due passi dal cantiere tra i detriti del ponte e le macerie delle case demolite.

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