A nove giorni dal crollo del ponte Morandi, le oltre 600 persone che abitavano nell’area ora esposta all’elevato rischio crollo del moncone rimasto sospeso sulle loro case, sono in attesa di sapere cosa sarà della loro vita nei prossimi mesi.

Si rincorrono le notizie e i media anticipano quelle che sono le informazioni sul loro futuro. Condividiamo una di queste giornate di precarietà assoluta con Iris Bonacci, maestra del quartiere che abitava proprio nell’edificio al quale uno dei ‘cavalletti’ del viadotto si ‘incastrava’ e sembra quasi appoggiato “anche se l’hanno proprio costruito così” ci tiene a precisare. “Siamo vivi e dobbiamo lottare come Porro l’atleta che dà il nome alla traversa di via Fillak – spiega Iris – ma il pensiero va alle vittime e il timore è per il domani: ci deporteranno dal quartiere? Avremo mai un risarcimento quando verranno individuate le responsabilità? Cosa resterà del tessuto sociale che ci faceva amare queste strade?”

Accompagniamo la maestra nella sua ‘odissea’ tra strade bloccate, code all’infopoint per avere notizie dagli impiegati del Comune e ‘emissari’ di Autostrade, mentre i genovesi fanno sentire la loro solidarietà concreta ai gazebo del punto informazioni sorto spontaneamente grazie ad associazioni del quartiere e animato dal gruppo scout di Certosa, che organizza il punto ristoro e raccolta e porta i carrelli con i beni dei pochi che (fino a ieri) poteva ancora entrare a salvare i propri ricordi dalle case che “presto verranno abbattute, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo ai più anziani che sono nati lì prima ancora della costruzione del ponte, quando erano abitate dai ferrovieri”.

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