di Monica Di Sisto

Lo stallo economico cui l’Italia si condanna da molti anni si può rappresentare come le due mani di una Penelope schizofrenica: una che tesse la tela della ripresa, l’altra che la disfa all’insaputa della prima mano, sotto dettatura di interessi che non abbandonano vecchie convenienze nemmeno in vista di un futuro migliore.

Nonostante i consumatori italiani non vogliano più grano canadese nella pasta che portano in tavola, e la drastica riduzione delle importazioni degli ultimi anni abbia generato un aumento della produzione nazionale di grano duro, in Sicilia sono tornati ad attraccare i cargo canadesi, minacciando così di sbattere fuori mercato i produttori locali di qualità e rimettendo potenzialmente a rischio la nostra salute.

Campagne di pressione come quella contro il Ceta fin dal 2016, col dossier Butta quella pasta, hanno denunciato l’importanza di non permettere a trattati di facilitazione commerciale, come quello tra Europa e Canada, di indebolire i controlli su prodotti sensibili come il grano canadese, fortemente interessati dalla presenza di micotossine e erbicidi come il Glifosate. Insieme alla mobilitazione internazionale contro il Glifosate, condannato ormai da numerose sentenze di risarcimento come agente cancerogeno, hanno costretto grandi marchi come Barilla ad annunciare nel 2018 il taglio delle importazioni di grano dal Canada e un programma di investimenti per aumentare la produzione in Italia.

Come nel migliore dei paradigmi economici, il crollo dell’export canadese verso l’Italia dai 557 milioni di dollari canadesi del 2014 ai 93 milioni del 2018, ha portato a una ripresa del prezzo interno e anche della produzione italiana del grano con una maggiore soddisfazione e salute per i consumatori. Grazie a test condotti da media di grande impatto sul grande pubblico come il Salvagente e Le Iene, infatti, è diventato senso comune che in molti tipi di pasta consumata dalle nostre famiglie, con grano canadese, diserbante e tossine siano presenti in quantità disturbanti.

Anche sotto la spinta di questa forte preoccupazione pubblica, l’ex ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, pur grande sostenitore del libero commercio e della bontà del Ceta, aveva introdotto l’etichettatura di origine del grano per la pasta italiana che, pur essendo una lodevole iniziativa di trasparenza nei confronti del consumatori, è stata subito impugnata sia in sede europea, dove le lobby dell’agrobusiness da anni si oppongono a ogni tentativo serio di trasparenza e tracciabilità, e da Canada e Stati Uniti presso l’Organizzazione mondiale del commercio come strumento di concorrenza sleale.

L’agrobusiness canadese, nel frattempo, ha presentato un’offensiva contro l’Italia e i nostri limiti stringenti alle presenze di pesticidi, tossine e ogm come “barriere non tariffarie” da radere al suolo, con un lavoro di pressione nel controverso comitato per la cooperazione regolatoria tra Europa e Canada, istituito dal Ceta. Nel documento strategico da noi portato alla luce, la Camera di Commercio canadese spiega infatti con chiarezza che “uno dei punti di forza del Ceta è la struttura istituzionale creata dall’accordo, che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio”.

Impressiona leggere nero su bianco come l’etichettatura dell’origine del grano da parte dell’Italia, secondo le aziende canadesi, sia stata introdotta “per chiare ragioni protezionistiche” dall’allora ministro Martina, criticato perché “non l’ha assunta per gli interessi dei consumatori, ma piuttosto per proteggere il mercato interno”. Si sostiene che l’etichettatura sia stata promossa da “attivisti che amplificano informazioni errate su presunti residui di glifosato nelle esportazioni canadesi”. Per questo, secondo solo “è vitale dare un segnale preciso per risolvere questo problema e respingere il protezionismo”.

I segnali, purtroppo, negli ultimi mesi si moltiplicano: le navi canadesi tornano nei nostri porti e Cam Dahl, presidente della Cereals Canada, spiega ai media nazionali che “darà battaglia” all’etichettatura italiana” per recuperare quel quarto dell’export canadese che ha perso e che “il bisogno del grano duro di alta qualità canadese porterà a un recupero della domanda italiana tra fine 2019 e 2020”.

Un modo certo per tranquillizzarci sarebbe, come chiesto dalla campagna Stop Ttip/Ceta fin dai primi atti del governo giallo-verde (ormai al capolinea), bocciare la ratifica del Ceta e costringere l’Europa a ripensare le sue regole commerciali. Un risultato urgente e a portata di mano, che la crisi dell’esecutivo rischia di rimandare pericolosamente.

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