Può un uomo solo, seppure nel ruolo chiave di amministratore delegato per sei anni e di direttore generale per un anno, avere la totale responsabilità del dissesto finanziario di una banca, un’insolvenza da tre miliardi di euro? Secondo il pubblico ministero trevigiano Massimo De Bortoli, è possibile, soprattutto se il cda è stato tagliato fuori dalle decisioni e un presidente, seppure in carica per 17 anni anni, non aveva le deleghe operative che gli consentivano di verificare che cosa stesse accadendo nella gestione dell’istituto. Il ragionamento è contenuto nelle motivazioni con cui il magistrato spiega perché l’archiviazione, nei confronti dell’ex presidente di Veneto Banca, Flavio Trinca, che assieme all’ex ad Vincenzo Consoli era indicato nel capo d’accusa come uno dei principali protagonisti del dissesto della banca di Montebelluna, che ha fatto andare in fumo i risparmi di decine di migliaia di piccoli azionisti.

L’annuncio della richiesta del processo solo per Consoli risale a un paio di settimane. Ora si capisce perché. I reati contestati a Trinca (prima dalla Procura di Roma, poi gli atti erano stati trasferiti a Treviso) erano aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Il semplice falso in prospetto riguarda, invece, l’ex condirettore generale (nonché responsabile commerciale) Mosé Fagiani e l’ex responsabile della Direzione centrale amministrazione, Stefano Bertolo.

L’accusa nasceva da un rapporto del Nucleo Speciale Polizia Valutaria di Roma secondo cui “la Banca d’Italia, nel 2013, al termine di una prolungata ispezione, aveva constatato l’esistenza in Veneto Banca di una struttura aziendale estremamente verticistica, tant’è che Consoli e Trinca erano stati sostanzialmente indicati quali i padroni di fatto della governance aziendale, essendo l’attività del consiglio di amministrazione caratterizzata da forti limiti nella capacità di sorveglianza del management, assai modesta dialettica interna e inconsistente ruolo di componenti indipendenti”. Inoltre, Trinca nel 2014 aveva caldeggiato la nomina di Consoli a direttore generale.

Il pm spiega che “appariva plausibile un consapevole coinvolgimento nelle condotte delittuose di Consoli, quantomeno a titolo di concorso morale”. A fargli cambiare opinione è stato l’interrogatorio di Trinca a fine giugno, con l’esibizione di documenti e mail, a dimostrazione che egli era tenuto all’oscuro delle problematiche della banca. “Consoli assumeva ogni decisione del tutto autonomamente senza consultarlo, soprattutto per quanto riguarda la gestione del credito e poteva contare sulla fedele collaborazione dei propri dirigenti, che obbedivano ciecamente alle sue direttive”. Trinca non aveva sospettato dell’esistenza di criticità, “tanto che si era convinto che lo scopo strumentale di Banca d’Italia fosse quello di imporre la fusione di Veneto Banca con la Popolare di Vicenza”. Il pm ha dubitato di questa versione, anche perché Trinca è “una persona professionalmente preparata” e per fare il presidente percepiva 350 mila euro all’anno, il che rendeva “inverosimile che avesse svolto sostanzialmente funzioni di mera rappresentanza istituzionale”.

Poi è spuntato lo Statuto della banca secondo cui “il presidente ha un ruolo non esecutivo e non svolge, neppure di fatto, funzioni gestionali”. Ma anche la relazione Bankitalia “in cui si afferma che è risultato inefficace il governo del rischio di credito da parte del cda il quale si è limitato ad aderire acriticamente alle proposte di Consoli”. Alcuni testimoni hanno confermato che i consiglieri non avevano accesso alla documentazione prima dei cda e che difettavano del potere di controllo.

Così il pm ha concluso: “Il rimprovero che si può muovere al Trinca è quello di aver continuato per molti anni a ricoprire in modo negligente la carica di presidente del cda, pur senza avere la concreta possibilità di svolgere appieno la sua funzione”. Perché? “Perché era messo di fronte all’alternativa di scontrarsi con l’amministratore delegato, con il conseguente rischio di perdere un incarico che gli assicurava non solo prestigio personale, ma anche un compenso economico assai elevato, somma che appare sicuramente esorbitante avuto riguardo alle effettive energie lavorative profuse”. Insomma, Trinca avrebbe “consapevolmente abdicato ai propri doveri, connaturati alla carica rivestita”, ma ciò “non può comportare un automatico riconoscimento di responsabilità penale in ordine ai fatti-reato materialmente posti in essere dal Consoli, allorquando difetti la consapevolezza circa le concrete attività illecite di volta in volta compiute”. A riprova della fiducia sulla solidità di Veneto Banca, Trinca ha documentato di aver detenuto 42mila azioni, per un controvalore di un milione 700mila euro. “Erano tutti i miei risparmi e non le ho mai vendute”. Ultima prova: il presidente durante una seduta del cda aveva criticato i risultati negativi dell’ispezione di Bankitalia. Ma non era farina del suo sacco. Il discorso era stato preparato da qualche dirigente. Lui si era limitato a leggerlo.

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