Foreste in fiamme, territori bruciati e animali in fuga o morti. Tutte immagini postate sui social e accompagnate dall’hashtag #SiberiaIsBurning. Secondo Greenpeace Russia sono 13 i milioni di ettari bruciati nel Paese solo nel 2019. All’origine del disastro, hanno spiegato le autorità forestali russe, ci sono i fulmini ma il vice ministro delle Emergenze, Igor Kobzev, ha dichiarato lunedì che “la maggior parte è iniziata vicino a delle strade” ed è stata causata da persone. Nell’ultimo anno è stata distrutta un’area vasta come la Grecia, e in questi giorni il territorio colpito dagli incendi tende ad estendersi sempre più: il servizio aereo per la protezione forestale ne sta infatti contrastando 161 su 140mila ettari di foresta siberiana, mentre ha rinunciato a spegnerne altri 295 su 2,4 milioni di ettari di “territori lontani o difficili da raggiungere”, che monitora dallo spazio. Come aveva spiegato in un decreto nel 2015 il Ministero per l’Ambiente, infatti, le regioni potevano ignorare gli incendi, se “i costi previsti per contrastarli avessero sorpassato i previsti danni”. Zone della taiga settentrionale e di foreste sono state designate come territori che le fiamme possono bruciare incontrastate. Inoltre, secondo gli esperti, una volta che gli incendi raggiungono tale dimensione, la poca visibilità rende il lavoro dei mezzi aerei pericoloso.

In Siberia le reti per la prevenzione degli incendi sono sottofinanziate: ricevono solo il 10% delle risorse necessarie, secondo l’esperto di Greenpeace Russia, Alexei Yaroshenko. Lunedì la procura specializzata in crimini ambientali russa ha accusato le regioni siberiane di non aver spento gli incendi a causa di rallentamenti burocratici, così come di aver dato “dati distorti”. Polemiche erano già esplose a fine luglio, quando il governatore della regione di Krasnoyarsk, Alexander Uss, aveva descritto come “insensate e potenzialmente dannose” le attività per spegnere le fiamme. Per sollecitare le autorità a intervenire sono state promosse due petizioni: una su Change.org, che finora ha raccolto oltre un milione di firme, chiede che sia dichiarato lo stato d’emergenza per tutta la Siberia. Un’altra domanda misure per portare soccorso agli animali selvaggi nelle aree devastate dal fuoco.

Ma i danni non sono soltanto rappresentati dalle fiamme che avvolgono e radono al suolo milioni di ettari di foresta. Uno degli effetti collaterali è infatti la produzione di ‘black carbon’, particelle nere che rischiano di finire nell’Artico e depositarsi sul ghiaccio riducendone l’albedo (il potere riflettente di una superficie) e facilitando così l’assorbimento di calore. “Questi incendi avrebbero dovuto essere spenti immediatamente e invece sono stati ignorati. Ora la situazione è catastrofica e le conseguenze che avranno sul clima non sono una minaccia solo per la Russia, ma per l’intero pianeta, dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “La Russia dovrebbe fare di più per proteggere le proprie foreste, ad esempio fornendo finanziamenti sufficienti per la prevenzione e il monitoraggio degli incendi. La questione degli incendi che ogni anno consumano le foreste del mondo, come sta accadendo non solo in Russia ma anche in Indonesia, dovrebbe essere affrontata a livello internazionale durante i negoziati sul clima delle Nazioni Unite“, conclude Borghi.

Ogni anno nella taiga si verificano alcuni incendi, ma le fiamme di questa estate hanno raggiunto dimensioni senza precedenti e molto probabilmente, a causa della situazione meteorologica, la situazione rimarrà catastrofica anche per le prossime due settimane. In Russia, oltre il 90% degli incendi avviene nelle cosiddette ‘zone di controllo’, ovvero aree in cui la legge non prevede che debbano essere spenti. Molti degli incendi che quest’anno stanno divampando nelle ‘zone di controllo’ avrebbero potuto essere estinti in fase precoce, il che avrebbe ridotto significativamente l’area interessata dagli incendi e le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

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