Gli eventi meteorologici estremi dell’ultimo weekend, che sono poi solo gli ultimi di una serie, hanno avuto nuovamente esiti disastrosi nell’area alpina e in particolare negli stessi territori, dall’alto Bellunese al Sudtirolo, che saranno teatro di grandi lavori in vista delle prossime Olimpiadi invernali del 2026. Va notato che sono tutte porzioni di Dolomiti già fortemente segnate dall’intervento dell’uomo nell’ultimo mezzo secolo e dallo sviluppo industriale dello sci da discesa, esempi da manuale del distrut-turismo: le stesse foto degli ultimi spettrali allagamenti e delle gigantesche onde di fango che travolgono le strade mostrano in modo inequivocabile che gli effetti del maltempo trovano un fattore di moltiplicazione sui pendii disboscati e quasi desertificati dove operano gli impianti di risalita e soprattutto quelli per l’innevamento programmato, con la rete sotterranea di cavi e i contorti drenaggi delle acque che richiedono.

Pochi chilometri sopra Cortina, per esempio, è stata divorata dal classico temporale esagerato di queste estati troppo calde la strada del passo di Valparola, poco oltre il Falzarego, le zone appunto che formano il terzo dei comprensori sciistici (detto Lagazuoi-Cinque Torri) della capitale olimpica (che ha le piste più note sotto le Tofane e le altre al Faloria-Cristallo). Il giorno dopo questo disastro sono state piegate dal maltempo altre strade dell’Alto Adige, con frane di detriti e fango, anche ad Anterselva, capitale del biathlon e località di gara per le Olimpiadi. Se si va poi a guardare bene, anche in Trentino gli eventi atmosferici estremi fanno sempre disastri nelle valli, come la val di Fassa, più segnate dalla distruzione del territorio legata allo sviluppo della pratica dello sci e all’ondata generale della speculazione edilizia degli anni Sessanta. I fenomeni atmosferici eccezionali trovano dunque un fattore di moltiplicazione nelle ferite che l’uomo ha inferto per anni al territorio.

Se queste sono le premesse di fine anni Dieci, considerato che si parla di fenomeni che gli studiosi considerano irreversibili e in continuo peggioramento (il global warming attanaglia ormai il 92% del pianeta), figurarsi che cosa ci si potrà aspettare per la metà degli anni Venti, posto che nel frattempo ci saranno da affrontare alcune stagioni decisive per la messa a punto di strade, infrastrutture, impianti, alberghi, villaggi e quant’altro abbiamo promesso al Comitato olimpico. Ora, dal momento che è impensabile che tante e tali menti sopraffine della nostra classe dirigente sportiva, politica e imprenditoriale siano state così incoscienti da non prendere in considerazione il fattore naturale ed ecologico nella folle corsa ad aggiudicarsi le Olimpiadi invernali del 2026, non resta che evincere con quale arroganza abbiano evidentemente già calcolato che, una volta partito il treno olimpico, nella fretta di farlo arrivare in orario al febbraio del 2026 si potrà poi agevolmente ricorrere a nuovi fondi e ricevere tanti via libera altrimenti non ottenibili.

Oltre allo specifico della fragilità del territorio interessato alle Olimpiadi invernali del 2026, c’è una seconda considerazione fresca dei Temporaloni seguiti al Solleone di fine luglio, ed è l’impossibilità acclarata di seguire un calendario tradizionale nelle stesse competizioni sportive, come le ultime due tappe irritualmente interrotte e dimezzate del Tour de France hanno dimostrato. Sempre in Alto Adige, negli stessi giorni, gli organizzatori di una gara di sky running non hanno sospeso la competizione, nonostante le previsioni di maltempo, e alla fine, dopo un temporale con 14mila fulmini, una saetta ha addirittura ucciso sul colpo un’atleta norvegese (stessa sorte, peraltro, rischiata da uno spagnolo in gara sul Rocciamelone, in val di Susa, che però se l’è cavata con un forte stordimento).

Se si ribalta il discorso da luglio al cuore finale dell’inverno, nel febbraio in cui si dovrebbero tenere le gare olimpiche, l’insegnamento di queste ultime stagioni ci parla di sbalzi di temperatura con impennate di caldo anomalo in quota, anche per l’irraggiamento solare, e di una scarsità di precipitazioni irrituale rispetto alle serie storiche precedenti. Nel 2019, per esempio, si sono avute copiose nevicate sulle nostre Alpi solo a maggio avanzato, non certo d’inverno. E quando vengono messi al lavoro gli studiosi con mezzi economici e tecnici di prim’ordine, come in Svizzera – dove hanno finanziato una ricerca-monstre sul Cervino, con 50 sensori di movimento piazzati a 3.700 metri – i risultati sono inequivocabili: persino la montagna simbolo delle Alpi (il Cervino-Matterhorn viene soprannominato, non a caso, Sua Maestà) sta conoscendo una tale perdita di rigidità dei sedimenti del suolo che se ne può prevedere, se non il cedimento intero, una serie di fratture e crolli tali da modificarne l’iconico aspetto.

Discorso che vale, mutatis mutandis in termini geologici, per le Dolomiti, fragili costruzioni naturali che il riscaldamento globale con l’alternanza tra siccità e precipitazioni troppo intense sta mettendo in crisi: dopo la prima ondata di crolli intorno al 2004-2005, che ha gettato a terra anche una delle Cinque Torri, nel solo cortinese ci sono stati 11 importanti frane con crolli negli ultimi quattro anni, alcuni paesaggisticamente definitivi come sulla Piccola Croda Rossa, nel Pelmo, sul Becco di Mezzodì e nel gruppo del Cristallo, dove si è sbriciolata una punta tra le più fotografate, l’Ago Loschner. Per non dire delle catene montane tra Lombardia e Svizzera.

Il quadro generale di riferimento meteorologico e geologico delle Alpi è drammatico, e non è questione di fare più o meno i catastrofisti, ma solo di prendere atto della realtà. Altro che Olimpiadi invernali: è urgente ripensare a fondo la pratica stessa degli sport alpini e di montagna, anche perché poi sono il divertimento esclusivo di una fetta molto ridotta della popolazione, e nonostante ciò per fare e rifare le strade, o peggio ancora gli impianti di risalita, vengono presi i soldi dalle tasche di tutti – decine, centinaia di milioni di euro pubblici – per non dire delle risorse naturali saccheggiate, in primis la sempre più preziosa acqua.

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