Telecom Italia chiude la partita delle torri di trasmissione per il 5G e prevede 800 milioni di sinergie in dieci anni. Ma intanto, oltre agli stessi benefici, la rivale Vodafone incassa più di due miliardi dalla cessione delle sue torri italiane e si ritrova socio di Inwit, finora controllata solo da Telecom. “E’ un’operazione vincente per tutti”, ha precisato l’ad dell’ex monopolista italiano, Luigi Gubitosi, che ha studiato l’intesa sostanzialmente per abbattere i costi degli investimenti in nuove infrastrutture. Non a caso, grazie all’accordo, “il debito di Tim è atteso si riduca nel tempo di oltre 1,4 miliardi di euro”, come spiega una nota di Telecom, che di debiti ne ha per 33 miliardi. Con questa mossa, entra quindi nel vivo del piano di risanamento dell’ex monopolista. Un progetto di cui è parte integrante anche l’alleanza con la rivale Open Fiber, controllata da Cdp e dall’Enel, finalizzata alla creazione di un’unica società nazionale dalla rete in fibra.

Tornando alle torri, Inwit diventa il leader italiano del settore proprio nel giorno in cui Vodafone invece conquista lo stesso primato in Europa. Con tre differenze sostanziali: la dimensione delle due tower company non è la stessa; Telecom perde il controllo sull’infrastruttura ed infine l’indebitamento di Inwit sale in maniera esponenziale in nome di un riassetto che dovrebbe portare un miglioramento del margine (circa 200 milioni) solo nel 2026. Quanto ai dettagli dell’operazione, Telecom e Vodafone metteranno in comune le circa 22mila torri di proprietà (11mila per gruppo). L’aggregazione delle reti sotto il cappello di Inwit porterà in dote un cambio nell’azionariato della società di cui oggi Telecom ha il 60 per cento. Inwit comprerà infatti le undicimila torri di Vodafone che verrà pagata in parte in contanti e in parte in azioni Inwit di nuova emissione. “A valle dell’operazione societaria, articolata in più fasi, Vodafone riceverà 2,140 miliardi e 360 milioni di azioni, in modo da permettere ai due operatori TIM (Telecom) e Vodafone di detenere lo stesso numero di azioni, pari al 37,5% ciascuno del totale”, spiega una nota ufficiale di Telecom che invece vedrà diluire la sua partecipazione in Inwit. L’intera operazione dovrà poi ottenere l’avallo della maggioranza nell’assemblea dei soci Inwit, diversi dal socio di maggioranza, per evitare un’Opa obbligatoria in capo a Tim e Vodafone.

Se tutto filerà liscio, l’aggregazione delle torri sarà completata nel primo semestre 2020 e Inwit resterà quotata in Borsa, ponendosi sul mercato come potenziale polo aggregatore anche per altri investitori. Fra questi il fondo F2I, socio (60%) assieme a Mediaset (40%) di Eitowers, specializzato nelle torri di trasmissioni televisive, ma con un pacchetto da circa un migliaio di infrastrutture per le telecomunicazioni. Sempre che l’accordo sulle torri ideato da Telecom e Vodafone riceva anche tutte le autorizzazioni del caso. Incluso il via libera della presidenza del consiglio visto che le torri sono infrastrutture di telecomunicazione strategiche per il Paese e quindi sottoposte alle regole sul Golden Power.

Con l’operazione Inwit, Telecom entra insomma nel vivo di un riassetto atteso da tempo partendo dalle tecnologie wireless di nuova generazione (5G). Il prossimo fondamentale tassello è l’infrastruttura a banda ultralarga di cui si discuterà nel consiglio del primo agosto. Secondo indiscrezioni, Gubitosi sarebbe pronto a fare la sua mossa anche sulla fibra. In particolare, Telecom punterebbe ad utilizzare Flash Fiber, la joint venture stretta da tempo fra Telecom (80%) e Fastweb (20%), come veicolo per le nozze con Open Fiber. Telecom potrebbe far confluire la sua rete all’interno di Flash Fiber che poi potrebbe integrarsi con Open Fiber creando un’unica società della rete. In questo modo, Cdp potrebbe diventare azionista di Flash Fiber, senza incrementare la sua quota nell’azionariato di Telecom, mentre Enel verrebbe liquidata. Il problema resta però la valorizzazione di Open Fiber che per Telecom non varrebbe più di 2,5 miliardi contro i 7-8 miliardi stimati da Enel. Inoltre, alla fine dell’intesa, l’ex monopolista manterrebbe più del 50% del veicolo, opzione che piace alle banche creditrici di Telecom, ma che non sembra essere particolarmente gradita a Cassa Depositi e Prestiti e al suo principale azionista, il Tesoro.

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