Mi sembra di avere conosciuto Siri ad un pranzo a casa di Arata“. Vito Nicastri, “re” dell’eolico dalla Dia di Trapani insieme a Paolo Arata, ex consulente della Lega, lo ha raccontato nel corso dell’incidente probatorio chiesto dalla Procura di Roma per cristallizzare le sue dichiarazioni e quelle del figlio Manlio in relazione all’intercettazione in cui Arata afferma: “gli do 30 mila euro perché sia chiaro tra di noi, io ad Armando Siri, ve lo dico…“. Arata, ex deputato di Forza Italia, e il senatore del Carroccio, sono indagati per corruzione. Le dichiarazioni di Nicastri senior, ritenuto anche tra i finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro, quindi in qualche modo legano più strettamente tra loro i protagonisti di questa vicenda partita dalla Sicilia e arrivata in Parlamento. 

L’ipotizzata conoscenza tra Siri e Nicastri, sempre negata dal primo, era stata anticipata da Fatto Quotidiano due giorni fa (leggi l’articolo di Marco Lillo) perché leggendo l’informativa di 309 pagine depositata a fine maggio scorso dalla Direzione investigativa a pagina 166 è trascritta una conversazione nella quale Arata dice che Nicastri conosce un soggetto che, dal contesto, sembra essere proprio l’ex sottosegretario ai Trasporti. Arata fa la confidenza al figlio di Nicastri, che invece di stupirsi, conferma.

Quel pranzo, che sarebbe avvenuto prima che Siri fosse eletto a Palazzo Madama r che di per sé non ha valenza penale, stride con quanto affermato dallo stesso esponente leghista che nell’aprile scorso, quando dopo la notizia dell’indagine, aveva affermato di non avere mai conosciuto Nicastri. L’ex sottosegretario nel giro di pochi giorni aveva cambiato più volte versione dei fatti. 

Sul punto è intervenuto lo stesso Arata, che era presente in aula. Ha chiesto e ottenuto di fare dichiarazioni spontanee, spiegando che “quanto detto da Nicastri non corrisponde a verità. Posso portare mia moglie a testimoniare che la circostanza non è assolutamente vera“. Le affermazioni dell’imprenditore sono arrivate mentre il pm Mario Palazzi stava illustrando l’intercettazione ambientale al centro dell’inchiesta romana. In particolare, il passaggio della conversazione captata in cui Paolo Arata, parlando con Manlio Nicastri (figlio di Vito, ndr), alla presenza anche del figlio Francesco, riferendosi a Siri afferma: “Lui è amico del capo gabinetto… molto amico del capo gabinetto delle attività produttive… perché lui non è lì… E …(incomprensibile)… guarda Paolo… gli ho detto… Armando questo… l’ha conosciuto anche tuo papà è venuto a pranzo anche a casa mia…”. E Manlio Nicastri replica: “Sì… sì… lo so…”. Proprio quest’ultimo sempre in aula ha dichiarato: “Ho sentito dire (in quella occasione – ndr) che c’era questa promessa di 30 mila euro, però se fosse solo intenzione di Arata o che il senatore Siri ne fosse a conoscenza non so dire”. Il padre Vito si è limitato a confermare le parole del figlio circa la volontà di Arata di promettere un compenso a Siri se l’emendamento sul minieolico fosse passato. Per gli inquirenti l’atto istruttorio irripetibile ha comunque avuto un esito sostanzialmente positivo perché i Nicastri non hanno smentito le dichiarazioni sulla promessa di denaro di Arata. Diametralmente opposto, invece, il giudizio delle difese. Per Gaetano Scalise, difensore di Arata, “Manlio Nicastri ha escluso che il senatore fosse a conoscenza di dazioni di denaro. Entrambi hanno riferito di aver interpretato le parole di Arata come un’intenzione dello stesso, ma nulla più. Siri dunque non sapeva dei 30 mila euro“. Liquida, invece, quelle parole “come chiacchiere” il difensore di Siri, l’avvocato Fabio Pinelli. “In questa vicenda siamo terzi: queste sono chiacchiere fatte da soggetti diversi rispetto a Siri. Durante l’incidente probatorio è emerso in modo inconfutabile non solo che non c’è stata dazione, ma neanche offerta”.

In quell’intercettazione Arata diceva anche: “Però le cose come io… la gente va pagata, è inutile che ti fa un piacere”. “A noi ci costa un milione di euro quel piacere, non è che sono 30 mila euro”. Per poi spiegare a Nicastri, come hanno annotato gli uomini della Dia, le motivazioni del blocco presuntamente invocate da scuse di Siri sull’emendamento che poi non era passato: “Lui mi ha detto: ‘io ci ho provato a portare nel milleproroghe l’emendamento generale … non è passato, è fatto male, m’ha detto e quindi io devo trovare adesso uno bravo che mi faccia l’emendamento bene (…) anche stasera … mi ha detto: ‘stai tranquillo che quello te lo faccio passare’. Io mi devo fidare è la persona più amica che io ho dentro lì”. 

Due giorni fa al Fatto Quotidiano il difensore di Siri, Fabio Pinelli, aveva precisato: “La circostanza di un incontro tra Siri e Nicastri non emerge da nessun atto e non è mai esistita”. Anche l’avvocato di Vito Nicastri, Sebastiano Dara, ne era certo: “Non c’è nessuna traccia di un presunto incontro tra Siri e Nicastri né ci è mai stato chiesto da nessuno nel corso delle indagini”. Oggi agli atti però è finito uno scenario diverso.

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