Anche senza l’euro lasciare l’Unione europea costa. E’ quello che il Regno Unito, un tempo tempio incontrastato dell’alta finanza europea, sta sperimentando sulla propria pelle. Nelle ultime settimane la sterlina ha preso una china pericolosa: scivola quasi quotidianamente verso la parità con il dollaro. Chi ricorda il lontano 1985, quando le due monete arrivarono ad avere un valore identico, sa bene che la storia si potrebbe ripetere.

I motivi della debolezza attuale li conosciamo tutti: la lotta interna al parlamento, la spaccatura del paese nei confronti della Brexit, la mancanza di una visione di lungo periodo da parte della leadership e soprattutto la linea dura di Bruxelles riguardo all’uscita dall’Unione e la possibilità che il 31 ottobre Londra esca senza un accordo: a quel punto la sterlina potrebbe anche scendere sotto la parità. Una lezione, questa, per tutti i paesi membri.

Perché siamo arrivati a questo punto? Per rispondere avvaliamoci in primis dell’analisi di alcuni istituti di ricerca della City riguardo al futuro della sterlina.

Nomerà identifica la debolezza della sterlina nelle difficoltà di accordo all’interno del partito conservatore e del parlamento riguardo a come comportarsi con Bruxelles. E dato che all’orizzonte parlamentari e popolazione rimangono divisi, la moneta perde valore. Morgan Stanley attribuisce il calo del tasso di cambio della sterlina al fallimento di Theresa May quale leader del partito conservatore, fallimento che fa presagire l’hard Brexit, l’uscita senza accordo. Quasi tutti temono la leadership di Boris Johnson, personaggio imprevedibile che ha guidato la campagna dei conservatori per l’uscita dall’Unione. La temono anche perché Donald Trump continua a sostenere la sua candidatura per far tornare “il Regno Unito grande di nuovo”.

Intanto gli indicatori chiave dell’economia sono tutti al ribasso, anche i prezzi della case a Londra e nel resto del paese continuano a scendere, nella capitale a maggio si è registrata una contrazione del 4,4% su base annuale, segno che Londra non è più una meta ambita per gli affari ma neppure per gli investitori stranieri. Tutto ciò preoccupa un po’ tutti, perché è segno di una debolezza di fondo dell’economia legata all’incertezza della Brexit. Fino a quando la faccenda non sarà risolta definitivamente, nel bene o nel male, le cose non cambieranno.

Capital Economics, altra società finanziaria, addirittura si avvale dei dati dei bookies, le società dove si scommette su tutto – dai cavalli al sesso dei futuri neonati della famiglia reale – per validare le proprie previsioni. Secondo le statistiche raccolte, la maggioranza degli scommettitori dà per certo il fallimento del raggiungimento di un accordo nel 2019. E quindi è possibile che il Regno Unito non esca affatto dall’Ue, mentre solo uno su tre crede che ci sarà l’hard Brexit. Sempre secondo Capital Economics il danno causato alla moneta è tale che, anche se si riuscisse a mettersi d’accordo, la sterlina continuerà a perdere quota perché soffrirà maggiormente delle altre monete a causa del rallentamento della crescita economica mondiale, specialmente rispetto al dollaro.

Chiave di volta del futuro della sterlina e indirettamente anche dell’euro è il dollaro, che tutti considerano sopravvalutato. Naturalmente un dollaro forte alla vigilia di un anno elettorale, il 2020, è un bel problema per Trump. E infatti le pressioni sulla Fed per ridurre i tassi d’interesse mirano a indebolire il biglietto verde e a far ripartire il volano immobiliare, al momento in stallo o addirittura in declino (la costruzione di nuove case negli Stati Uniti è scesa dell’1% a giugno del 2019. Anche il volume dei mutui è sceso, e le richieste per nuove costruzioni sono calate del 6%).

Ma non è detto che la manovra riesca. L’economia americana continua a funzionare meglio di quella dei grossi partner commerciali e conseguentemente ad attrarre investitori. Morale: continuiamo a navigare a vista in un oceano sconosciuto nella speranza di raggiungere la terraferma. Sarà pero difficile approdare da qualche parte prima della fine dell’anno, quando la Casa Bianca entrerà nella fase elettorale: a quel punto sapremo se e come Trump vuole essere rieletto e quale ruolo cercherà di imporre all’economia mondiale per giocare a suo favore.

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