Mentre l’Istat certifica la débacle demografica del nostro paese, cui solo l’immigrazione in parte dà risposta, per le giovani donne italiane c’è un altro dubbio che si pone nella scelta, già difficile, di fare o meno un figlio. Come se non bastasse il lavoro precario e sottopagato, come se non bastassero la carenza di asili e l’instabilità dei rapporti, molte di loro ora hanno una nuova, grandissima paura: mettere al mondo un figlio in un mondo dal clima devastato, che sarà sempre più caldo, sempre più arido, dove ci saranno massicce migrazioni e dove la vita sarà certamente più dura. O come minimo, più complessa.

Ammetto che questa paura da qualche tempo, cioè da quando ho iniziato a studiare con colpevole ritardo il tema del cambiamento climatico, ha preso piede nella mia vita. E ha avuto conseguenze molto concrete: non solo ha spazzato via la possibilità di un terzo figlio, ma mi ha anche creato angosce prima sconosciute nei confronti dell’esistenza dei mie due piccoli figli. Da un po’ di tempo ho cominciato a provare grande compassione verso i bambini, anche i più fortunati. Mi si stringe il cuore a pensare che probabilmente dovranno lottare, e tanto, per una vita accettabile, e che tutto quel futuro di prosperità e benessere che gli avevamo prospettato forse si rivelerà falso. Così mi ritrovo anche a dare consigli alle amiche che sono incerte se fare un altro figlio e sono consigli in senso negativo, quando fino a non troppo tempo fa incoraggiavo tutte e lanciarsi nella meravigliosa esperienza della maternità. Ma non sono sola, visto che è nato anche un movimento di giovani donne – #BirthStrike, letteralmente sciopero delle nascite – che si rifiutano di mettere al mondo bambini, visti il futuro che ci prospettano report e istituzioni scientifiche di studio sul clima.

Certo, i figli si sono fatti anche durante la seconda guerra mondiale, e pure tantissimi. E certo, non è evitando di mettere al mondo bambini, almeno non nei paesi demograficamente impoveriti come il nostro, che si risolveranno i nostri problemi. È vero anche che rispetto al surriscaldamento globale la risposta non può essere solo il panico, la depressione, l’annullamento, perché altrimenti, come hanno notato in molti, si smette di fare qualsiasi cosa. L’angoscia climatica porta all’estremo alla fine della speranza, ma la fine della speranza è la fine di tutto. E tuttavia: mentre fino a qualche anno fa potevano dire di non sapere, oggi abbiamo moltissime informazioni e questo ci obbliga ad agire col massimo senso della responsabilità, così come ci obbliga a porci il problema della eventuale sofferenza dei futuri bambini. Non è facile, anzi è triste, fa rabbia, è anche ingiusto – in fondo i nostri padri hanno avuto la possibilità di lavorare, avere pensioni, mettere al mondo figli senza pensare al clima –ma così è.

E dunque, fare o no un figlio ai tempi del riscaldamento globale? Io questo mi sentirei di dire ai futuri genitori. Fate un figlio, ma fatelo con una nuova mentalità. Sapendo, ad esempio, che dovrà affrontare sfide complesse, educatelo in maniera diversa e nuova, senza iper-proteggerlo, senza affogarlo di consumismo, e rendendolo presto sensibile ai temi ambientali. Volendo fare di più, io cercherei anche di capire cosa succederà, a livello climatico, nella mia regione e nel mio paese, prendendo per quanto possibile contromisure. Ad esempio valutando la possibilità di andare a lavorare altrove, dove il clima è più benevolo – e chi se ne importa dell’inverno demografico italiano, il problema non è vostro, ma strutturale – oppure magari cercare di capire se ci sono risorse alternative in famiglia (una casa in montagna o in collina), dove magari passare le estati torride. In ogni caso, l’importante è mantenere un atteggiamento accorto rispetto al tema del riscaldamento globale, restando informati, seguendo gli eventi per non farsi trovare impreparati.

Tutto questo non è per niente facile. Avere un figlio significa abbandonarsi, non pensare troppo, lasciare la ragione per un attimo dando spazio alle emozioni del corpo. Il tema del cambiamento climatico invece produce emozioni negative, di angoscia, il contrario appunto di quanto ci servirebbe per partorire ed essere sereni coi nostri bambini. Insomma è una sfida difficile, anzi difficilissima. Trovare un equilibrio psicologico tra realtà e passione, tra desiderio e concretezza dei dati. Cercare di guardare le cose come stanno, ma senza scoraggiarsi e cadere in depressione. Essere vigili, ma al tempo stesso non perdere la possibilità di inseguire i propri sogni.

Come comporre questo puzzle io non lo so per niente, anche io ogni giorno provo a risolverlo con fatica. So solo però che oggi, alle giovani donne e ai giovani uomini, è richiesto un doppio coraggio. Forse, confrontarsi su questo tema, non restare isolati, parlare con altre persone nella stessa condizione aiuta. Anche, magari, a trovare soluzioni condivise, che potrebbero diventare nuovi modi di vivere insieme, più sostenibili, meno individualisti, meno consumisti, più “poveri”, ma non necessariamente meno felici. Anche per gli stessi bambini.

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