Attenzione: contiene spoiler!

“Ci avete fatto capire il vero significato di ‘stato di furia’. […] Il doppiaggio e i sottotitoli della versione italiana di Neon Genesis Evangelion saranno presto sistemati (e, nel mentre, abbiamo rimosso il doppiaggio)”. Con questo post su Facebook Netflix ha reagito alla tempesta di disappunto dei fan italiani che hanno criticato il network per aver rimesso mano ai dialoghi alla serie animata in una guisa giudicata poco fedele all’originale. Non c’è molto da stupirsi di un fenomeno del genere nell’era social, ma vale la pena concentrarsi sulle tematiche dell’anime per capire perché questo venga ancora considerato tanto rilevante dal grande pubblico a quasi 25 anni dalla sua uscita.

Creato per Gainax nel 1996 da Hideaki Anno (animatore di Nausicaa della valle del vento di Miyazaki e di Una tomba per le lucciole di Isao Takahata, ma soprattutto autore del popolarissimo Nadia – Il mistero della pietra azzurra), Neon Genesis Evangelion può essere considerato una pietra miliare dell’animazione seriale giapponese per aver esplorato delicate tematiche filosofiche e psicologiche con il pretesto del genere mecha-post apocalittico. Diversamente dal resto del filone dei robottoni, infatti, “Eva” presenta tutti i crismi della narrazione di una fine (dell’umanità così come la conosciamo, in questo caso) ma è profondamente incentrato sul superamento di questa percezione in favore di un nuovo, per quanto traumatico e sofferto, inizio.

Il titolo stesso della serie può essere impropriamente tradotto come Il Vangelo della Nuova Genesi ed è solo il primo dei riferimenti biblico-teologici dell’anime, in quanto sono numerosi i rimandi alla cabala ebraica, alla mitologia giudaico-cristiana e in generale e a una dialettica di confronto e scontro tra il genere umano e ciò che lo rende tale.

L’antefatto della storia è il seguente: un gruppo di scienziati compie un esperimento fallimentare su di un colossale essere umanoide chiamato Adam, primo di una serie di misteriose entità distruttive conosciute come Angeli, e l’esplosione causa un cataclisma che riduce notevolmente la popolazione mondiale. Per contrastare i successivi attacchi degli Angeli un’organizzazione paragovernativa crea degli umanoidi artificiali noti come Evangelion in una città sotterranea, che viene rinominata Neo Tokyo-3. Un gruppo di adolescenti problematici e solitari verrà messo alla guida di questi androidi, concepiti come giganteschi grembi robotici da battaglia poiché contengono un liquido amniotico abitato dall’anima delle madri scomparse degli adolescenti in questione.

Nonostante l’altisonanza dell’immaginario e del contesto narrativo, in ogni episodio la serie riduce la propria scala concentrandosi sul mondo interiore dei protagonisti, in un pianeta disperato in cui la fredda tecnologia e l’incomunicabilità hanno sostituito la popolazione scomparsa, e ognuno trova nell’atmosfera da ultima guerra dell’umanità la chiave per andare alle radici della propria solitudine e della propria finitezza. Il finale originale di questo capolavoro causò all’inizio notevole scontento tra i fan, poiché concludeva la narrazione non in un crescendo ma con una serie di monologhi interiori di Shinji Ikari, il giovane protagonista, mentre si rende progressivamente conto di come il genere umano non possa vivere in isolamento rispetto agli altri, all’interno di un guscio protettivo individuale. In questo caso il ciclico “ritorno all’uno” suggerito dal titolo è simbolico e intimista.

Nel film The End of Evangelion invece, realizzato nel 1997 come finale alternativo, la misteriosa Rei Ayanami (altra pilota umanoide degli Evangelion, clonata dal ceppo genetico della madre di Shinji), sceglie di ribellarsi al suo freddo creatore fondendosi con l’angelo Lilith e dando origine a un nuovo evento cataclismatico che stavolta, però, avrà come conseguenza la fusione dell’intero genere umano in una coscienza collettiva unica, perfetta, intera e finalmente libera dalla separazione e dalla sofferenza, realizzando la nuova Genesi a cui il titolo allude.

La teoria alla base dell’opera è che la vita, in quanto percezione singola e soggettiva, sia una sorta di condanna alla sofferenza perché ognuno è costretto a vivere in uno stato di separazione dall’altro, e il riferimento filosofico a Schopenhauer e al suo “dilemma del porcospino” non è affatto velato, in quanto viene citato esplicitamente in uno degli episodi in un dialogo tra la scienziata Ritsuko Akagi e la proattiva agente Misato Katsuragi, tutrice di Shinji e coscienza fisico-affettiva della serie. Proprio come i porcospini, infatti, gli esseri umani anelano il calore dei propri simili, ma sono costretti a mantenere la distanza perché le spine protettive degli altri li ferirebbero.

La costruzione psicologica di ognuno dei personaggi è dunque tanto complessa e delicata che meriterebbe più di un approfondimento, ma in questa sede è sufficiente riconoscere questa caratteristica come una delle chiavi principali dell’identificazione spontanea tra pubblico e storia. Neon Genesis Evangelion è infatti una summa metaforica e animata della tensione verso l’altro e del dolore che ne consegue, e la sua visione al contempo crepuscolare e archetipica tocca, in chi vi si appassiona, delle corde tanto tese e sensibili da far assurgere l’anime al rango di mitologia postmoderna. La facilità a offendersi degli utenti della Rete sta diventando proverbiale, bisogna ammetterlo, ma la complessità dei temi trattati aiuta forse a ridimensionare lo stupore per un tale coinvolgimento.

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