Nella mia professione spesso capita di incontrare pazienti che mi vogliono spingere fuori dal ruolo di terapeuta per assumere quello di giudice. Una signora in fase di separazione mi parla del marito, raccontando tutte le nefandezze che lui commette e mi chiede un giudizio su di lui. Io che non conosco questo signore mi dovrei basare solo sul suo racconto per emettere una valutazione, come se fossi un giudice e non il terapeuta della signora. Un ragazzo mi parla delle sue esperienze infantili con un padre che descrive arrogante, distante e freddo. Anche lui mi chiede un parere giudicante. Una suocera mi racconta di una nuora ingrata e aggressiva e chiede, implicitamente, che io affermi che è una persona disturbata.

Nella relazione con il paziente, che in psicologia si può definire contro-transferale, ci si sente così emotivamente vicini all’assistito che si può arrivare a provare quello che lui ci descrive, immergersi nei suoi vissuti e sentire le emozioni, come lui le ha elaborate. La “realtà emotiva” che emerge durante il percorso di cura non è la “verità reale”, ma una sorta di sogno che serve a capire come si dipanano le emozioni del paziente. Il terapeuta deve, se ha formazione e esperienza clinica, risvegliarsi dal sogno e aiutare il suo assistito a vedere dentro se stesso, rifuggendo dalla facile collusione in cui si potrebbe affermare che il marito è un mostro, il padre una persona disturbata e la nuora una stronza.

Credo che dividere il curare dal giudicare sia assolutamente necessario in quanto, come ho cercato di spiegare nelle poche righe precedenti, si potrebbe incorrere in gravi errori.

Per questo motivo io che esercito il lavoro di cura, tranne casi eccezionali su aspetti settoriali, mi sono tenuto lontano dal ruolo di perito in tribunale per esercitare il quale,  per forza di cose, devi avere un ruolo giudicante.

La legislazione attuale spesso affida ai servizi sociali, nel caso dei minori, il doppio ruolo di sostegno, cura, protezione e quello di elaborazione delle relazioni che daranno origine alle decisioni del giudice o del sindaco che svolge il ruolo di autorità sanitaria. E’ chiaro che i giudici e il sindaco basano le loro decisioni sulle relazioni degli psicologi e assistenti sociali che però, come ho sottolineato, svolgono anche funzioni di cura e assistenza. Questo miscuglio a mio avviso, per le ragioni che ho descritto nella prima parte di questo post, può essere molto pericoloso e portare a gravi abbagli.

Gli eventi successi a Reggio Emilia,  emersi nelle cronache,  mi hanno provocato una profonda emozione. Non conosco i colleghi implicati e neppure gli eventi per cui non posso fare valutazioni circostanziate.

Rimane però in me la convinzione che fare il lavoro di assistente sociale o psicologo, dipendenti di Comuni o Usl e dover decidere, su pressioni di denunce, l’allontanamento o il non allontanamento di un bambino dalla famiglia sia un compito estremamente arduo. Se si sospetta un abuso è chiaro che lasciare un bimbo in famiglia è gravissimo. Altrettanto grave è togliere un figlio ai genitori naturali, belli o brutti che siano.

In questa forca caudina si barcamenano operatori che per lo più hanno scarsa formazione e esperienza. Oltretutto, come punto centrale di questo post, permane su questi operatori l’ambiguità fra il ruolo di cura e il ruolo di giudizio che, per i motivi contro-transferali che ho provato a descrivere, può fuorviare le loro valutazioni.

Naturalmente qualcuno affermerà: “Questi sono delinquenti, altro che elucubrazioni psicologiche, rubavano i bambini ai genitori per soldi!”.  Sono anziano e troppe volte ho visto sbattere un presunto mostro in prima pagina che poi risultava innocente. Negli ultimi venti anni a Modena due casi emblematici hanno colorito i giornali con titoloni. Un presunto parroco pedofilo che è morto per un infarto dovuto, quasi certamente, a queste accuse e risultato poi innocente e nel secondo caso una stimata professoressa cardiologa, additata come mostro omicida nella vicenda camici sporchi per poi scoprire che era innocente e non c’era neppure il morto.

Dobbiamo ricordare che, nel caso di allontanamento di un bimbo da una famiglia per presunti maltrattamenti o abusi non girano soldi, se non la retta per il mantenimento e che le famiglie affidatarie, selezionate dopo un lungo iter,  si sobbarcano il gravoso compito di accudire per qualche tempo un bambino,  per poi farlo tornare alla sua famiglia, non per soldi, ma per un afflato di aiuto.

Personalmente sono propenso a credere che il rischio nei servizi sociali e psicologici che si occupano di infanzia non sia tanto quello di interessi economici nascosti, ma piuttosto sia quello insito nel doppio ruolo di curanti e giudicanti. Questo miscuglio di funzioni può portare a posizioni estremiste di voler  “salvare ogni bambino da genitori ritenuti, a torto o a ragione,  imperfetti o dannosi per la sua crescita”, come ho cercato di spiegare in questo post, che capisco essere complesso per chi non si intende di problematiche psicologiche.

Buona norma sarebbe dividere il ruolo del curante da quello di colui che stilerà i resoconti per il giudice e affidare sempre a periti esperti estranei alla cura l’ultima parola.

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