Sono passati sette giorni da quando ha soccorso 53 persone a bordo di un gommone al largo della Libia. Sette giorni di attese e scontri con il Viminale riguardo alla possibilità di sbarcare o meno a Lampedusa. La Sea Watch 3, dopo aver ottenuto lo sbarco di 10 persone, è ancora a 16 miglia dalle coste dell’isola siciliana, al limite delle acque territoriali, in attesa di un via libera o di dirigersi comunque verso un porto sicuro. Intanto, più di 50 comuni tedeschi hanno dato la propria disponibilità ad accogliere i 43 migranti rimasti a bordo.

La posizione del ministero dell’Interno è chiara: in Italia non si sbarca. Per questo, poche ore dopo l’intervento, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha fatto recapitare all’equipaggio la direttiva che invitava a non avvicinarsi alle acque italiane e firmato, il 15 giugno, con i titolari del dicastero dei Trasporti, Danilo Toninelli, e di quello dell’Economia, Giovanni Tria, il divieto d’ingresso nei mari territoriali, come previsto dal nuovo decreto Sicurezza-bis. Una decisione contro cui i vertici della ong si erano appellati, rivolgendosi al Tar che, però, ha respinto il ricorso. 

Così, adesso la situazione sembra ancora lontana dallo sbloccarsi, con Toninelli e Salvini che mantengono la linea dura. “Abbiamo portato sul suolo italiano le persone che si trovavano in difficoltà, in stato precario di salute. L’umanità, il senso di aiuto in Italia non viene mai meno, ma dopo c’è la legalità e la sicurezza“, ha dichiarato l’esponente Cinque Stelle a Palermo. “La Sea Watch aveva ricevuto da parte della Guardia costiera libica il segnale di coordinamento delle operazioni – ha continuato Toninelli -, purtroppo hanno deciso di voltarsi dall’altra parte e di andare a nord verso l’Italia, cosa che per il diritto del mare non va bene. Di conseguenza non possono approdare in Italia”.

La ong aveva fatto sapere che, nonostante la disponibilità della Guardia Costiera di Tripoli a far attraccare l’imbarcazione nel porto nordafricano, hanno ritenuto illegale portare i migranti in un Paese, la Libia, che non può essere considerato un porto sicuro. Anche perché queste persone sarebbero state riportate nei centri di detenzione gestiti dalle milizie, dove quotidianamente si assiste a violenze, estorsioni, torture e omicidi.

Posizione condivisa anche dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che attraverso la sua portavoce per il Sud Europa, Carlotta Sami, ha fatto sapere che sulla situazione della Sea Watch si deve partire da un punto fermo: “Quelle persone non dovevano e non potevano essere portate in Libia perché non è un porto sicuro. La posizione legale di Unhcr e Oim è valida ed è importante tenerne conto”. Di fronte a questo, “facciamo un appello affinché qualcuno apra i porti a queste persone. Tra loro c’è anche un bambino da solo, che ha circa 12 anni. Sono fuggiti dalle torture e dagli abusi, e hanno bisogno di mettere i loro piedi a terra. Chiudere i porti non aiuta a risolvere il problema, le persone sono nelle mani dei trafficanti, in Libia c’è la guerra. Occorre portare stabilità in quel Paese, occorre evacuare legalmente le persone dai centri di detenzione e chiuderli”.

Una giustificazione che il vicepremier in quota Carroccio, però, non ritiene sufficiente, mantenendo così la linea dura: “Un saluto all’equipaggio della Sea Watch che delle leggi se ne frega. Ma in Italia non si arriva. Se ne fregano delle leggi e anche delle vite perché sono da giorni nel Mediterraneo. Sarebbero arrivati in Tunisia o in Olanda, in Italia no”.

Più di 50 comuni tedeschi hanno dato la propria disponibilità ad accogliere i migranti della Sea Watch. “Ma la responsabilità dell’accoglienza è dell’Unione europea”, ha chiarito una portavoce del governo tedesco. “Siamo scontenti dei progressi di questo processo finora. Stiamo lavorando con i partner Ue per una soluzione comune”, ha concluso.

Sentenza del Tar, Sea Watch: “Nostra richiesta non è stata considerata urgente. Gravissimo”
La ong tedesca ha voluto chiarire le motivazioni della sentenza del Tar che il 18 giugno ha respinto il loro ricorso, presentato come urgente, sull’applicazione della norma contenuta nel decreto Sicurezza bis che vieta, su decisione congiunta del ministero dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia, l’entrata della nave in acque territoriali italiane. Secondo quanto scritto in una nota congiunta con Mediterranea Saving Human, il Tribunale amministrativo non ha rigettato nel merito il ricorso di Sea Watch contro il divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque italiane, ma ha respinto la richiesta di sospensiva. In poche parole, non è stato considerato un provvedimento la cui urgenza avrebbe giustificato la sospensione della direttiva.

Un atteggiamento comunque “gravissimo”, sostengono le ong. I giudici, si legge, hanno deciso che “lasciare in mare per giorni 43 persone, inclusi dei minorenni, più l’equipaggio della nave, non rappresenti quelle condizioni di eccezionale gravità e urgenza che consentono di approntare misure come quella richiesta”. “Lo stesso tribunale amministrativo, affermando che tutte le persone vulnerabili siano già state fatte sbarcare – aggiungono -, non considera evidentemente come vulnerabili né i minori né i naufraghi che fuggono dalla guerra libica e dalle torture già subite in quel Paese. Appare gravissimo dunque che il Tar ritenga che nulla possa imputarsi alle autorità italiane in merito alla loro protezione”. Nel respingere il ricorso, inoltre, “il Tribunale non accenna mai al diritto internazionale del mare, che impone l’obbligo di sbarcare i naufraghi soccorsi nel porto sicuro più vicino e più rapidamente possibile, e al quale ogni provvedimento come quello emanato contro Sea Watch è e deve essere subordinato”.

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