In carcere subiva “terrorismo psicologico“. Per questo motivo Vincenzo Scarantino si convinse a collaborare con le indagini sulla strage di via d’Amelio. Autoaccusandosi del furto della Fiat 126 poi trasformata in autobomba usata per uccidere Paolo Borsellino. Il falso pentito si è sottoposto al controesame davanti al tribunale di Caltanissetta che sta processando tre poliziotti per il depistaggio dell’inchiesta: i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Sono tutti accusati di calunnia aggravata dall’avere favorito Cosa nostra. I tre poliziotti facevano parte del gruppo investigativo “Falcone Borsellino”, diretto da Arnaldo La Barbera.

A interrogare Scarantino sono i difensori dei tre imputati, gli avvocati Giuseppe Seminara e Giuseppe Panepinto. Per l’accusa in aula il Procuratore aggiunto Gabriele Paci. All’inizio dell’udienza l’avvocato Rosalba Digregorio, che rappresenta le parti offese ingiustamente accusati da Scarantino e poi scarcerati, ha chiesto la produzione delle sentenza per calunnia a carico dello stesso Scarantino.

“Io ero un collaboratore non un pentito. Il pentito si pente delle cose. Loro attraverso me volevano che nascessero altri pentiti. Per me è stato insopportabile soggiacere a queste torture. Mi convinsi a collaborare con gli inquirenti a causa del terrorismo psicologico che subivo in carcere a Pianosa. Tutto il terrorismo che mi hanno fatto, non solo mentale ma anche fisico. E’ stato un cumulo di tante cose”, ha detto Scarantino, spiegando che il 24 giugno del 1994 decise di collaborare con la magistratura. Negli anni successivi il faslo testimone, poi condannato per calunnia, ha ritrattato diverse volte le sue accuse. Proprio a causa delle sue accuse furono condannati diversi imputati al processo per la strage di via D’Amelio. Poi scagionati dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza, che ha ricostruito la fase operativa della strage.

Già nelle scorso udienza, Scarantino aveva detto, durante l’esame dei pm, di avere “gridato dal carcere la mia innocenza, ma non venivo creduto. Perché non si voleva cercare la verità”. Alla corte è stato depositato un documento che attesta come lo stesso Scarantino fosse stato congedato dal servizio militare perché ritenuto dai medici “neurolabile“. A depositarlo l’avvocato Di Gregorio, legale di Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina e Gaetano Murana, ex imputati falsamente accusati e poi scagionati e scarcerati. Secondo quanto risulta nel documento del 1986 a Scarantino venne diagnosticata una “reattività nevrosiforme persistente in neurolabile”.

Nel frattempo a Roma, al Racis dei carabinieri, verrà compiuto l’accertamento tecnico irripetibile sulle 19 bobine magnetiche contenenti le intercettazioni dello stesso Scarantino, finite sul tavolo della procura di Messina. L’indagine è coordinata dal capo dell’ufficio inquirente peloritano, Maurizio de Lucia. All’esame tecnico di oggi sono stati convocati anche i difensori dei due pm indagati per calunnia aggravata, cioè Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, che all’epoca coordinarono le indagini sulal strage, oltre che i legali dei sette condannati ingiustamente: Cosimo Vernengo, Gaetano La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso e Natale Gambino, persone offese dal reato di depistaggio. I vecchi nastri sono magnetici quindi l’ascolto è considerato tecnicamente un “atto irripetibile” poiché le bobine potrebbero danneggiarsi. Ecco perché oggi saranno riversate in digitale.

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