I giudici sono riuniti in camera di consiglio. Il verdetto della Corte costituzionale sul ricorso presentato da cinque Regioni sul decreto Sicurezza e immigrazione voluto da Matteo Salvini è atteso entro venerdì. Intanto l’Avvocatura dello Stato ha rappresentato la posizione del governo davanti ai giudici: i ricorsi, è la sostanza dell’intervento, sono mossi sono da motivazioni politiche.

La seduta pubblica al palazzo della Consulta è terminata poco dopo le 18. In mattinata sono stati auditi i rappresentanti delle cinque Regioni – Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Calabria – e nel pomeriggio dell’Avvocatura dello Stato in rappresentanza dell’esecutivo. Terminati gli interventi, il presidente della Corte Giorgio Lattanzi ha dichiarato chiusa la seduta e i giudici si sono riuniti in camera di consiglio, che presumibilmente proseguirà anche nella giornata di domani.

“La volontà delle Regioni che hanno presentato ricorso contro il decreto ha una matrice politica che, in quanto tale, rende le loro istanze inammissibili”, ha detto Giuseppe Albenzio in rappresentanza del governo. Per Albenzio, “è la realtà che dimostra l’esigenza e l’urgenza di un intervento, davanti alla drammaticità del fenomeno migratorio, delle tragedie che comunque dobbiamo evitare. E un dato di evidenza comune. E anche per la parte che riguarda la lotta alle mafie e alle infiltrazioni criminali nelle amministrazioni comunali, vi è lo stesso profilo di urgenza, nell’ambito di un disegno normativo riformista complessivo”.

Per l’avvocato dello Stato Ilia Massarelli “non può essere letta la riforma contenuta nel decreto sicurezza e immigrazione tenendola avulsa dall’emergenza che riscontriamo”. Inoltre, “va sgomberato il campo da chi non presenta una reale vulnerabilità e, in tal senso, la riforma pensa a chi veramente ha una situazione di vulnerabilità. La tutela umanitaria non può stravolgere la politica dei flussi migratori, aggirandola”.

L’avvocato dello Stato sottolinea che “l’Italia non ha un obbligo generale di accoglimento dei migranti, salvo quanto prevede il diritto internazionale, diversificando fra rifugiati e richiedenti asilo da un lato e i cosiddetti migranti economici dall’altro. Se non è umano respingerli alla frontiera, non è neanche umano tenerli sul nostro territorio senza poter garantire quanto loro richiedono”.

Quanto all’indicazione del domicilio anziché della residenza, come prevede il decreto sicurezza e immigrazione, “è giusto partire dal domicilio e non dalla residenza per chi non è ancora radicato sul territorio: non andiamo a inseguire fantasmi, non viene assolutamente compromesso il livello di assistenza sanitaria“.

Albenzio riscontra anche da parte delle Regioni ricorrenti “un travisamento dei fatti, anche sul daspo urbano che è soltanto l’estensione di una potestà amministrativa del sindaco. Quanto alla leale collaborazione, non è previsto dalla Costituzione alcun coinvolgimento delle Regioni nell’iter di una legge: anziché protestare sterilmente contro lo Stato, dovrebbero partecipare attivamente alla riforma piuttosto che invocarne l’azzeramento”.

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