Il neoliberismo “è stato un fallimento spettacolare” e “deve essere dichiarato morto e sepolto“, visto che “la crescita economica è inferiore che nel quarto di secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale e per la maggior parte è andata a vantaggio di chi è in cima alla scala dei redditi“. Per sostituirlo ci sono tre strade politiche: il nazionalismo di estrema destra, il riformismo di centro sinistra e la sinistra progressista. Solo quest’ultima propone una vera alternativa: un “capitalismo progressista” in cui lo Stato investe dove il mercato non arriva, governa il mercato per impedire che singoli individui possano “arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla” e fa tutto il possibile per “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica“. E’ la tesi dell’economista premio Nobel Joseph Stigltiz, che dettaglia la ricetta in un editoriale per Project Syndicate pubblicato da New York Times e Guardian.

“Il centro sinistra rappresenta il neoliberismo con un volto umano – scrive Stiglitz – Il suo obiettivo è portare nel Ventunesimo secolo le politiche dell’ex presidente Usa Bill Clinton e dell’ex primo ministro britannico Tony Blair, facendo poche e lievi modifiche alle modalità della finanziarizzazione e globalizzazione“. La destra nazionalista dal canto suo “rinnega la globalizzazione, incolpando i migranti e gli stranieri per tutti i problemi. Ma come ha mostrato la presidenza di Donald Trump, non è meno dedita a tagli fiscali per i ricchi, deregulation e riduzione o eliminazione dei programmi sociali“.

Al contrario “quello che io chiamo capitalismo progressista prescrive un’agenda economica radicalmente diversa, basata su quattro priorità”. La prima è “ristabilire un bilanciamento tra i mercati, lo Stato e la società civile. La bassa crescita dell’economia, la crescita delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria e il degrado dell’ambiente sono tutti problemi nati dal mercato, per cui non saranno corretti dal mercato da solo. I governi hanno il dovere di limitare e dar forma ai mercati attraverso una regolamentazione per l’ambiente, per la salute, per l’occupazione. E’ anche compito dello Stato fare ciò che il mercato non può o non vuole fare, come investire nella ricerca di base, nella tecnologia, nell’educazione e nella salute”.

La seconda priorità è “riconoscere che la ‘ricchezza delle nazioni’ è il risultato della ricerca scientifica e dell’organizzazione sociale che permette a grandi gruppi di persone di lavorare insieme per il bene comune”. Il mercato “può ancora avere un ruolo cruciale nel facilitare la cooperazione sociale, ma soltanto se governato da un sistema di regole e di controlli democratici. Se non è così, gli individui possono arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla. Molti dei ricchi di oggi hanno scelto la strada dello sfruttamento per arrivare dove sono, aiutati dalle politiche di Trump che hanno incoraggiato la ricerca della rendita distruggendo le fonti sottostanti di creazione di ricchezza. Il capitalismo progressista punta a fare precisamente l’opposto”. Come predicano il candidato socialista democratico alle elezioni presidenziali del 2020 Bernie Sanders e la deputata dem Alexandria Ocasio Cortez.

Questo porta alla terza priorità: “Affrontare il crescente problema del potere di mercato concentrato. Sfruttando vantaggi informativi, comprando potenziali competitor e creando barriere all’entrata, imprese dominanti sono in grado di mettere in atto uno sfruttamento della rendita su larga scala a detrimento di tutti gli altri. La crescita del potere di mercato delle imprese, in combinazione con il declino del potere contrattuale dei lavoratori spiega molto della forte crescita delle diseguaglianze e della bassa crescita dell’economia. Fino a che il governo non svolge un ruolo più ampio di quello che consigliano i neoliberisti, questi problemi non potranno che peggiorare, grazie all’avanzamento della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale”.

Infine, il quarto punto nell’agenda progressista è “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica che vanno a braccetto specialmente dove, come in America, ricchi facoltosi o aziende possono spendere senza limiti nelle elezioni. Mentre gli Stati Uniti stanno diventando il paese dell’‘un dollaro un voto’, probabilmente il sistema dei pesi e contrappesi non può reggere: nulla riuscirà a vincolare il potere della ricchezza. Questo non è solo un problema morale e politico: le economie con meno ineguaglianze performano meglio. Le riforme del capitalismo progressista devono dunque iniziare a limitare l’influenza dei soldi in politica”.

La conclusione di Stiglitz è che “non c’è una pallottola magica che permetta di rimediare ai danni causati dalla ricetta neoliberista degli ultimi decenni. Ma un’agenda completa su questo linee può fare molto. Molto dipenderà dalla determinazione dei riformatori nel combattere problemi quali l’eccessivo potere di mercato e l’ineguaglianza delle classi sociali, e se sarà superiore alla risolutezza del settore privato nel crearli. Un’agenda completa deve puntare sull’educazione, la ricerca e le altre vere fonti di ricchezza. Deve proteggere l’ambiente e combattere il cambiamento climatico con la stessa vigilanza della Green New Dealers negli Stati Uniti e della Extinction Rebellion nel Regno Unito. E deve prevedere programmi pubblici che assicurino che a nessun cittadino vengono negati i requisiti base di una vita decente. Questi includono sicurezza economica, accesso al lavoro e a un reddito minimo, salute e un alloggio adeguato, una pensione e la qualità dell’istruzione per i figli. Le alternative offerte dai nazionalisti e dai neoliberali garantiscono maggiore stagnazione, ineguaglianza, degrado ambientale, conflittualità politica che potenzialmente conducono a un esito che non vogliamo nemmeno immaginare”.

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