Ve li ricordate i giovani Matt Damon e Ben Affleck? Per il primo non intendo il muscolare Jason Bourne, gli Ocean’s seconda decina, il solitario astronauta Marziano o la prima maturità con i film di Scorsese e DeNiro. Né prendo in considerazione, per Affleck, il suo licenziato Batman o il fallimentare Daredavil, la potenza di Shakepeare in Love, le pomposamente romantiche consacrazioni di Armageddon e Pearl Harbour, o quel disastro anche registico della Legge della Notte. E men che meno i thriller non tutti veramente significativi che lo hanno visto protagonista negli anni. Penso invece al loro battesimo del fuoco, alla stesura definitiva di Will Hunting – Genio ribelle, un miracolo a quattro mani che, contro ogni immaginazione, portò l’Oscar per la Migliore sceneggiatura originale a due attori poco più che ventenni. E poi c’è Robin Williams, indiscutibile genio dell’essere attore, colpevole unicamente d’essersene andato via troppo presto. E a proposito, alcuni dei suoi film postumi, in Italia non sono mai neanche usciti. Ma questa è un’altra storia.

Bene, il punto qui non sta nel sintetizzare il lavoro di due ragazzi illuminati su tutto uno scritpt perfetto e finemente lavorato in ogni meccanismo e sfaccettatura, quanto nel prendere in analisi una scena. Soltanto una. Quella di un dialogo tra i due protagonisti. Will, il ragazzaccio prodigio, si trova a tu per tu con il dottor Sean Maguire, lo psicanalista che lo segue per arginare i suoi comportamenti borderline. Damon racconta una storiella sporca, poi della sua relazione con la ragazza che già lo ama. Da qui Williams lo imbecca sulla vita sentimentale tessendo pian piano uno dei dialoghi più belli degli ultimi anni nel cinema americano.

Autori e attori ci pongono di fronte due personaggi agli antipodi. Abbiamo quindi due piani di emotivi distanti ma paralleli che interagiscono creando ben altro. Meguire è serio, posato, saggio. Pone Will davanti alla sua stessa strafottenza nell’affrontare sesso e sentimenti. Dal canto suo Will appare inizialmente saccente, ma poi riaffiorano le sue paure, piccole insicurezze profonde che in realtà ne minano l’equilibrio emotivo spingendolo a sublimazioni estreme di sé stesso. Williams lo imbriglia, lo mette a nudo. Trasforma la strafottenza in risata, poi in malinconia. E il ragazzo lo segue sempre, pur restando trincerato dietro il suo personale inseguimento della perfezione. La sua caparbietà vacilla al capovolgimento dell’umore non suo. Scoprire il lutto di Maguire cambia le carte in tavola, e per il ragazzo inizia la lezione sentimentale. Poi, subito dopo una perla di saggezza sul “nostro piccolo strano modo” sgorga un nuovo capovolgimento dalle penne di Affleck & Damon: l’atteggiamento di chiusura caparbia passa al professore. È lui che alla fine, con il muro della sua fedeltà nostalgica chiuderà il discorso azzittendo il giovane dalla risposta sempre prontissima fino a quel momento.

Quel che viene creato in questa scena non è soltanto grande cinema di parola utilizzando giusto un set e due poltrone. Assistiamo alla creazione di un livello intermedio tra due personaggi, una tessitura minuziosa che si attua a ogni battuta dei protagonisti. È come se ci fosse una linea tra di loro. Un confine che passano entrambi ad ogni risposta, al contempo lasciando un mattone, fondamentalmente narrativo, per creare questo livello intermedio. Ora potreste stare leggendo questo pezzo anche voi in poltrona, o magari durante un volo, si spera in modalità aereo, o chissà il quale altro posto. Sta di fatto che questi quattro minuti sono capaci di toccare tantissime corde emozionali diverse in un tempo strettissimo ma aprendosi con una miriade di sottotesti.

Quello che Damon, Affleck e Williams ci comunicano è una piccola lezione d’amore e di cinema. Utilizzano a pieno lo strumento del racconto di piccole cose, anche basse come sesso spiccio e buffe licenze corporali, compiendo il miracolo narrativo di sviluppare con poco un tema immenso come l’amore e la sicurezza in sé stessi. La magia consiste anche nel fatto di evitare romanticismi vari, frasi a effetto o situazioni di coppia più visive e musicali. Ci sono invece due uomini, etero, che parlano seduti delle loro storie. La nota sul fatto che siano etero non vuole assolutamente segregare nessuno, anzi. Poteva essere una grande scena anche quella di due uomini che decidono delle sorti del loro amore ragionandone seduti su un sofà. Invece no: due etero in scena non hanno un bel nulla da spartire con un’immagine anche soltanto lontanamente romantica. Ma l’effetto di questa scena risuona potente quanto i baci tagliati di Tornatore, l’addio di Casablanca, o la passione segreta e le camicie di Jake Gyllenhaal alla fine di Brokeback Mountain. È questa la magia: nulla si vede se non i volti di Williams e Damon, però il nuovo livello tra di loro, anzi il mondo che ci spalancano è impressionante. Ecco, anche per questi motivi la sceneggiatura di Will Hunting resta ancora oggi una piccola pietra miliare del nuovo cinema americano.

 

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