Ahmed Saddouma è stato arrestato all’età di 17 anni, torturato affinché confessasse e condannato a morte. Piccolo particolare: il reato del quale è stato giudicato colpevole era avvenuto tre settimane dopo l’arresto.

Quella di Ahmed Saddouma è una storia estrema. Ma di processi irregolari basati su confessioni estorte sotto tortura e terminati con una condanna a morte la storia dell’Egitto degli ultimi anni è piena.

L’organizzazione non governativa britannica Reprieve ha pubblicato un archivio online sulla pena di morte in Egitto. Contiene le informazioni su tutte le condanne a morte e le esecuzioni a partire dalla caduta del regime di Hosni Mubarak, il 25 gennaio 2011. I numeri della presidenza al-Sisi sono drammatici: oltre 2400 esecuzioni e almeno 144 esecuzioni dall’estate 2013. La maggior parte delle condanne è stata emessa in processi che vedevano alla sbarra almeno 15 imputati. Cinque processi sono terminati con oltre 75 condanne, 10 delle quali nei confronti di minorenni al momento del presunto reato.

Per dare un’idea, negli ultimi tre anni di presidenza di Mubarak le esecuzioni erano state 11. Nei primi cinque mesi del 2019 sono state 15.

A differenza delle torture, delle sparizioni forzate o delle morti in carcere (762 dal colpo di Stato del luglio 2013), le condanne a morte e le esecuzioni non possono essere nascoste né smentite: le autorità del Cairo replicano allora di essere impegnate nella lotta contro il terrorismo. Un argomento buono anche per rigettare le accuse di crimini di guerra nel Sinai diffuse a fine maggio da Human Rights Watch.

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