Tre impiccagioni il 7 febbraio, altre tre il 13. Anche quest’anno il boia in Egitto avrà da fare. I tre impiccati del 13 febbraio erano stati giudicati colpevoli di aver ucciso un agente di polizia a Giza, il 19 settembre 2013. Quelli del 7 febbraio erano stati condannati a morte per l’omicidio del figlio di un giudice, avvenuto a Mansoura nel 2014. I processi in Egitto si svolgono in modo sommario e irregolare, soprattutto quelli che terminano con una condanna a morte.

Non che importi a chi è contrario sempre e comunque alla pena capitale, ma non sapremo mai se i sei prigionieri messi a morte fossero davvero colpevoli. I loro avvocati hanno denunciato che sono stati torturati fino a dichiararsi colpevoli di omicidio. Uno dei tre impiccati del 13 febbraio era “scomparso” per 72 ore dopo l’arresto.

Dal 2014 in Egitto sono state eseguite almeno 165 condanne a morte, 46 delle quali nel 2018. Lo scorso anno ne sono state emesse oltre 100, 75 delle quali in un solo processo, quello che ha visto alla sbarra oltre 700 imputati per le violenze commesse durante il “massacro di Rabaa” dell’agosto 2013, in cui le forze di sicurezza uccisero impunemente almeno 800 manifestanti. Altre 51 condanne a morte sono state confermate in appello e sono all’esame del Gran Muftì, la più alta autorità giudiziaria islamica, cui la legge egiziana affida l’ultima parola, in teoria consultiva ma spesso determinante.

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