In una situazione di stallo che si protrae da ormai troppo tempo, l’unico mezzo per sbloccare la vicenda Alitalia sembra essere l’appello diretto ai cittadini: decidano loro, con un referendum, se continuare o no a tenere in vita con i soldi pubblici una compagnia in amministrazione straordinaria dal 2017. Non sembra esserci altro mezzo per sapere se l’accanimento terapeutico di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni – e che è costato fin qui 8,6 miliardi di euro – sia apprezzato dai contribuenti. Che potrebbero pure aumentare: l’allungamento dei tempi della cessione fa crescere infatti le preoccupazioni che il danaro per pagare i fornitori, gli stipendi, il carburante, i leasing degli aerei e i servizi aeroportuali finiscano prima che arrivi una nuova proprietà.

L’ultimo “aggiornamento” di questa terapia fatta di aiuti di Stato mascherati da salvataggi definitivi, prestiti ponte, fondi per continuità territoriale con la Sardegna, compensi non pagati agli scali italiani, cassa integrazione d’oro (che dura senza interruzioni dal 2008), è stato l’aumento della tassa d’imbarco – istituita nel 2008 – che l’ultima legge di Bilancio ha portato da 3 a 5 euro per passeggero. Ma Alitalia ha ancora bisogno di risorse: l’accordo con un partner industriale per la soluzione alla crisi (in ballo sembravano esserci Delta, EasyJet o Lufthansa) resta infatti lontano, e i bilanci della società continuano a registrare un profondo rosso, con il consuntivo del 2018 che ha registrato perdite nette per oltre 500 milioni: 1 milione 150 mila euro al giorno.

L’ottimismo del ministro Luigi Di Maio e le ripetute promesse (sue e di Matteo Salvini) di una soluzione in tempi brevi sono svaniti come neve al sole. E allo stesso modo sembrano essere sparite dall’orizzonte le ipotesi di una nuova compagine azionaria in cui far rientrare pezzi di imprese in cui lo Stato è il maggiore azionista, da Ferrovie dello Stato a Poste Italiane, o addirittura lo stesso ministero delle Finanze, in quella che sarebbe stata una vera e propria neo-nazionalizzazione, per quanto surrettizia. Così il governo, per evitare un default in rapido avvicinamento, ha pensato bene di avviare dei contatti – finora senza esito – con i concessionari autostradali dei gruppi Atlantia-Benetton e Toto, tutti e due con un contenzioso aperto con lo Stato italiano: al primo l’esecutivo aveva minacciato di revocare la concessione autostradale in seguito al crollo del ponte Morandi di Genova, mentre il secondo ha un debito nei confronti di Anas.

E nel frattempo, per dare ancora ossigeno a una compagnia ormai moribonda, è arrivata la proposta contenuta nel ddl Crescita: utilizzare gli accantonamenti delle bollette di luce e gas degli italiani per trasferire ad Alitalia altri 650 milioni di euro. In altri paesi, le aziende di trasporto decotte – anche se pubbliche – se sono fuori mercato e hanno quote di passeggeri trasportati risibili vengono messe in liquidazione. Le poche compagnie aeree nel mondo che si sono risollevate da gravi crisi ce l’hanno fatta quasi subito, senza inutili accanimenti condotti con il denaro pubblico: tutte le altre sono svanite, ed è questa la fine che farà Alitalia, trascinandosi dietro tutto il paese in una saga scandalosa che dura da troppo tempo e in cui a prevalere è solo l’inerzia corporativa.

Forse sarebbe ora di dire basta. E un referendum sarebbe il modo migliore, visto che nessun partito se la sente di staccare la spina a una società decotta. Forse lo farebbero gli italiani, prendendosi quella responsabilità che fino a questo momento nessuno ha mostrato di avere.