di Marco Marmeggi

19-28 maggio

La bussola di bordo galleggia, immersa in un liquido a bassa densità. La corona bascula e accompagna il beccheggio delle ultime centinaia di miglia che ci separano dall’arrivo. Blue Moon viaggia sospesa nel vuoto, come una minuscola astronave nello spazio. Naviga senza luna, dentro un mare e un cielo che hanno lo stesso colore. Il faro di Capo Palinuro illumina l’orizzonte con tre lampi. Una luce lontana, a più di venti miglia, piccola come una biglia di vetro. Mi viene in mente il viaggio di Enea e il nocchiero da cui prende il nome il promontorio. Il grande timoniere tradito da Hypnos mentre conduce la flotta troiana in Italia. Palinuro si addormenta incantato dal dio del Sonno che gli bagna il volto con un ramo e cade in una notte di mare calmo. Rimane al largo per tre giorni, riesce a raggiungere la costa, ma quando approda, gli abitanti hanno così paura da scambiarlo per un mostro marino. Vedono quello che non c’è, sono terrorizzati da qualcosa che non esiste. Diventano bestie e lo uccidono, poi si sbarazzano del corpo e lo gettano in mare. Palinuro incontra Enea nell’Ade, gli chiede di cercare il suo corpo, di dargli sepoltura, ma nemmeno l’eroe può trovarlo.

Il mare cancella le tracce, non trattiene le impronte. E’ impossibile lasciare la testimonianza di un passaggio, una scritta di memoria, un segno sull’acqua. La scia di una barca esiste solo nel presente, poco più a poppa il mare usa le onde come uno straccio e ripulisce tutto. Non vuole crepature in superficie, comanda lui.

Passiamo Punta Licosa all’alba e incrociamo il Golfo di Salerno. Piove, nuovamente. Seguiamo una direzione unica da quando siamo partiti da Vibo Marina, trecentoventi gradi Nord, un ritorno che infila le isole del Tirreno come le perle di una collana. Capri, Ischia, Ventotene, Ponza, il Giglio, l’Elba.

Il cielo schiarisce e l’accenno di bel tempo cambia le cose, le rende più luminose, le profuma. Francesco Buono ci lancia le cime per fissare la barca in testa al pontile. E’ il presidente della Lega navale di Ischia e ci ospita nel porto vecchio, ricavato sui resti di un cratere vulcanico, un cerchio perfetto sulla costa, da cui si accede attraverso un’entrata stretta, protetta dall’isola di Procida e da Capo Miseno. Un’isola euforica, sessantaquattromila abitanti in quarantatré chilometri quadrati, sei comuni, caotica anche a metà maggio, un flusso turistico continuo, un porto minuscolo trasformato in uno scalo che movimenta migliaia di persone. I comandanti imboccano l’entrata del porto sfiorando i moli, manovrano in una vasca da bagno, muovendosi nel porto per miracolo. La notte, quando il traffico si riposa, tutte le navi sono ormeggiate una a fianco all’altra lungo la banchina, le prue alte e scure, le cime tese e gocciolanti. Ti chiedi come sia possibile che un’isola così piccola possa ospitare tanti esseri umani senza affondare. Verrebbe da dire che è la storia di oggi, la storia del turismo di massa, la stessa che ha trasformato luoghi di povertà e miseria in terre di benessere.

Quando arriviamo a Ventotene, venti miglia più a Nord, invece tutto cambia, emerge un altro racconto che risale il tempo, viene a galla un’altra Italia. L’isola della nostra profonda memoria non è più un luogo di libertà, di turismo e balneazione. E’ un racconto opposto, fatto di detenzione e luoghi di confino. A Santo Stefano, uno scoglio rivolto verso sud, a un braccio di mare da Ventotene, sorge il carcere perfetto. Possente, monumentale, inespugnabile. Edificato nel 1795, è uno dei primi edifici al mondo ad essere stato progettato secondo i principi del Panopticon, l’architettura radiocentrica della sorveglianza totale. Per i grandi pensatori del Novecento, il simbolo di un potere invisibile che pervade la società dal suo interno.

Ne La macchina del vento, Wu Ming 1 racconta la vita dei confinati italiani sull’isola di Ventotene durante il fascismo, lo stesso scoglio che stamani tiene la nostra barca al sicuro nel porto antico, tagliato a picco dai Romani e inciso nella lava. Tra Via Olivi e Via Muraglione, si sono incrociati personaggi come Spinelli e Pertini, Colorni e Ravera, reclusi in un pezzo di terra, prigionieri politici di un totalitarismo di cui abbiamo perso memoria. Ventotene è il luogo di confino delle menti migliori della storia di questo Paese. Tra le cucine divise per appartenenza politica e le passeggiate a due persone nei settecento metri di strada che un confinato poteva percorrere, si sono sviluppate idee che hanno determinato il nostro presente, si sono incontrate dialettiche e incrociati pensieri politici di uomini che hanno scritto la Costituzione italiana. E’ qui che nasce il Manifesto di Ventotene uno dei testi fondamentali dell’Unione europea. E’ il 1941. L’Italia è in guerra. Vigono le leggi razziali. Mancano pochi anni alla Resistenza. “Abbattere i fascismi non basta”, dice il personaggio di Altiero Spinelli nel romanzo di Wu Ming 1, “Liberare le nazioni occupate dai tedeschi non basta. Se non vogliamo più guerre, dobbiamo superare gli Stati nazionali”. Aveva ragione. L’Unione europea ha garantito alle nazioni del nostro continente il periodo di pace più lungo della storia.

Quando due giorni dopo ripartiamo, mi resta una stretta allo stomaco che mi porto dietro tutta la notte mentre a dritta sfilano Capo d’Anzio, le luci di Fiumicino, la mezza luna di Capo Linaro. Il nostro giro d’Italia sta per finire e le ultime miglia le facciamo al largo dell’Elba, dove il Monte Calamita allunga la sua testa di lucertola e l’isola di Montecristo cresce come un vulcano, solitaria e irraggiungibile. Mi sembra che il senso del nostro periplo, alla fine, sia lo stesso di ogni spostamento, di ogni  viaggiare e migrare. Un gesto di cucitura con ago e filo che mette insieme punti distanti.