Carta dei diritti di Internet: un convegno dedicato al lascito intellettuale di Stefano Rodotà alla Camera dei deputati

Abbiamo accolto la Rete come un medium di libertà illimitata ma oggi l’euforia si è tramutata in delusione. La libertà e la comunicazione della rete si sono rovesciate in un controllo e una sorveglianza totali. Secondo il filosofo coreano Byung-Chul Han anche i social network, la più grande piazza pubblica della storia, sono diventati panottici digitali che sorvegliano lo spazio sociale e lo sfruttano senza pietà per estrarre dalle nostre azioni i dati che l’industria immateriale utilizza per aumentare la crescita, la produttività, e i guadagni per i propri azionisti (Psicopolitica, 2016).

Mentre da una parte il capitalismo estrattivo usa la miniera sconfinata dei big data per costruire consumatori passivi e disciplinati (Vecchi, 2018), il bisogno umano di comunicare è interpretato come libertà di insultare, mentre la richiesta ossessiva di trasparenza serve a denunciare chi comanda ma senza impegnarsi in un vero cambiamento. La rete ha creato una democrazia di spettatori.

Insomma, a casa, in ufficio per strada, la rete ci ha permesso di accedere a una conoscenza senza confini, di dialogare con chiunque e di proporci sul palcoscenico della storia. Usata per comunicare e organizzarsi la rete ha favorito cambi di regime in paesi autoritari, ha creato nuovi mercati, arricchito imprenditori e favorito il dialogo tra i popoli. Ma il web, assurto a religione del nostro tempo, si rivela ogni giorno fonte di problemi: dalle fake news al bullismo digitale, dagli attacchi informatici al furto di dati personali.

Anche se non vogliamo ammetterlo, sotto sotto tutti noi sappiamo che è così: la sorveglianza di massa denunciata da Edward Snowden, il malaffare di banche e governi raccontato da Wikileaks, la manipolazione politico-elettorale dei dati operata da Cambridge Analytica “hanno posto con forza all’attenzione di tutti i temi della privacy online, della sovranità di Internet, del ruolo delle grandi aziende tecnologiche e gli effetti perversi di una società datificata”, come dice Philip Di Salvo nel suo ultimo libro, Leaks. Whistleblowing e hacking nella società senza segreti (2019). Un mondo in cui il sé digitale, il nostro alter ego virtuale, frutto della profilazione commerciale ci precede in ogni transazione: al lavoro, in banca, dal medico.

La religione del web ha diffuso il Datismo, la religione dei dati usati per modellare i nostri desideri grazie alla potenza degli algoritmi (Noah Yuval Harari, Homo Deus, 2017) e manipolare le nostre scelte sul web grazie a meccanismi anonimi e perversi, come quelli evidenziati nell’affaire di Cambridge Analytica.

Oggi, asservita a logiche di potere e perduta la sua carica libertaria, la Rete è diventata strumento di addomesticazione sociale.

Come era successo con la radio, il cinema e la televisione, col tempo abbiamo scoperto che anche la rete riflette antiche disuguaglianze: tra ricchi e poveri, tra letterati e analfabeti, tra chi accede all’informazione e chi no. È un digital divide nascosto nei progressi della scienza.

Nella contemporaneità sono le élite a mantenere il controllo sulle ricerche attinenti l’Intelligenza artificiale e la gestione dei Big data. Per questo secondo Paul Mason (Il futuro migliore, 2019) siamo di fronte all’ascesa di un feudalismo digitale: persone ricche che hanno il potere di accedere all’informazione e una vasta platea di utenti della Rete che non potranno accedervi perché non hanno i mezzi economici, a una conoscenza e informazioni di qualità.

Secondo il giornalista e economista inglese “la Silicon Valley ci fornisce una cosa utile: macchine intelligenti che sono più produttive di quanto possano essere gli umani. Le utilizziamo intensamente per affrontare, gestire e risolvere molti aspetti problematici della vita associata. Macchine indispensabili, che alimentano tuttavia la convinzione di un loro controllo sulle nostre azioni per conto delle élite al potere”.

Di qui la disillusione. Secondo il creatore del web, Tim Berners Lee, il web ha tradito la sua missione e per questo propone un’Internet delle persone lontana dalle grinfie delle piattaforme commerciali. C’è chi dice invece (Lawrence Lessig) che la rete ha bisogno di nuove regole e che la speranza, se c’è, dipende dai giovani: solo loro saranno capaci di riportare la rete allo spirito libertario delle origini. Per questo Jim Wales, il fondatore di Wikipedia, alla festa di Wired a Milano si è augurato che sempre più persone possano accedere dalla rete per imparare a conoscersi e stare meglio insieme.

La rete è uno straordinario veicolo per favorire pace e democrazia. Ma se questo accadrà dipende da come la useremo e dalla regole che ci daremo per usarla insieme.

Ed è di questo che si parlerà domani 5 maggio alla Camera dei Deputati in un evento organizzato da Generazione Y e da Internet Society Italia per ricordare il pensiero politico del compianto Stefano Rodotà, tra i primi a capire “Il valore della Carta dei diritti di internet”, titolo del convegno a lui dedicato, a cui dedicò gli ultimi anni del suo insegnamento.

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