Se in politica alle ultime Europee il 31,6 per cento dell’Ukip di Farage dimostra che è ancora forte in Gran Bretagna la voglia di uscire dall’Europa, nel calcio comincia oggi la settimana che va nel senso esattamente opposto: le finali delle due massime competizioni per club che si giocheranno tra quattro squadre, tutte inglesi. Si comincia oggi con Chelsea-Arsenal per l’Europa League, si termina sabato con Tottenham-Liverpool per la Champions: quattro squadre, tre di Londra e una di Liverpool, quattro allenatori, nessuno inglese, due coppe da assegnare e un dominio assoluto sotto l’insegna della croce di San Giorgio. Casualità?

La lancetta potrebbe tendere verso il sì riportando la mente a Lucas Moura che deposita in rete il pallone della disperazione, lanciato in avanti, corretto e buttato dentro togliendo dalle facce imberbi e sognanti, da ragazzini, dei calciatori (effettivamente ragazzini) dell’Ajax il sogno della finale. La realtà però parla d’altro e va oltre a un gol al 96esimo, o a una parata di piede, miracolosa, di Alisson su Milik che avrebbe estromesso il Liverpool dalla Champions già ai gironi e regalato il passaggio al Napoli, e così per i momenti clou di Chelsea e Arsenal: sono variabili normalissime nel calcio, ma poco utili a spiegare un dominio totale. Per spiegarlo si potrebbe invece partire da un dato: l’Huddersfield, squadra dal passato remoto glorioso (3 titoli d’Inghilterra negli anni ’20), con due campionati di Premier negli ultimi trent’anni e già retrocessa in virtù dell’ultima posizione in classifica guadagna più della Juventus dai diritti televisivi: 93,9 l’Huddersfield, 85,3 la Juventus. È chiaro che poi c’è il resto oltre ai diritti tv, e tra stadio, coppe europee, risultati e merchandising la Juve fattura circa 500 milioni (circa 400 oltre i diritti tv) all’anno mentre l’Huddersfield ne fattura poco più di 100 (solo tra i 10 e i 13 oltre i diritti tv).

Altrettanto chiaro è che il confronto andrebbe fatto prime con prime e ultime con ultime: così le differenze si fanno macroscopiche. Se l’Huddersfield in Premier fatturava 100, il Frosinone in A poco più di 30, se la Juve fattura 500 il City, seconda squadra di Manchester, ne fattura 600 mentre lo United arriva quasi a 700 milioni pur essendo in una fase tutt’altro che positiva. Le prime quattro squadre inglesi lo scorso anno fatturavano 2 miliardi di euro, le prime quattro della A arrivavano a metà, e in tre (Napoli, Roma, Inter) assieme arrivavano al fatturato della prima. Conferme in tal senso arrivano guardando poi ai valori economici delle società, divulgati ieri dalla società Kpmg: per arrivare a un’italiana bisogna scendere al decimo posto con la Juve, che vale 1,5 miliardi. Il resto è dominio totale inglese escludendo Real, Bayern e Barcellona. Lo United vale 3,2 miliardi (e la rosa incide sul valore solo per il 20 per cento, nel caso della Juve la rosa prende il 50 per cento del valore), il City 2,5 miliardi, il Chelsea 2,3, Liverpool 2,1, Arsenal 2 e il Tottenham 1,6. E scendendo la classifica i dati sono anche più sorprendenti: West Ham e Leicester, squadre assolutamente non di vertice, valgono quanto l’Inter, che ha tre Champions, tre Coppa Uefa, è stata 18 volte campione d’Italia e 3 volte campione del mondo, e valgono più del Milan, secondo club per titoli europei dietro il Real.

Un decollo che la Premier ha sviluppato nel tempo: a fine anni ’90 la massima serie inglese era molto simile alla nostra A di adesso, uno United che fagocitava quasi tutto modello Juve e il resto delle squadre a raccogliere briciole con un calcio all’inglese “old style”: difensori al limite della criminalità e centravanti modello avventore di pub (e spesso non solo modello) fatti con lo stesso stampo a contrastarli. Dopo 10 anni la Premier, sempre secondo Kpmg, fatturava una volta e mezzo la Serie A, due campionati fa il divario era cresciuto a 2 volte e mezzo (la A valeva 2 miliardi, la Premier 5). E pensando alle ragioni del boom sarà scontato il collegamento con gli stadi di proprietà: ed è vero, in parte, il lavoro fatto sugli impianti, tra sicurezza e qualità dei servizi è stato vincente. Le squadre di Premier vendono biglietti per 800 milioni di euro, quelle di Serie A per 230; gli spalti sono sempre pieni in Inghilterra in crescita costante a più di 35mila spettatori di media a partita, e molto meno in Italia, seppur in crescita negli ultimi anni ma solo grazie allo Stadium e a San Siro, tra i pochi stadi di qualità accettabile.

La chiave di tutto però è lo spettacolo: è opinione comune che vedere oggi una partita di Premier qualsiasi sia infinitamente più gradevole di vederne una di A o di Liga che non sia il classico o il derby di Madrid, e naturalmente come mostrato prima le tv hanno ripagato con sempre più denaro sonante questa attrattività. Dunque arrivando al dato finale: una squadra da retrocessione, o addirittura di Championship guadagna più o come la quinta – sesta forza italiana, e dunque anche alle piccole mezzi per allestire squadre forti, dignitose, in grado di fermare le big (cosa quasi impensabile in Italia) e sorprese che arrivano più spesso che altrove: il Leicester campione, il Wolverhampton neopromosso che arriva in Europa League, così come il Burnley l’anno prima. Poi è chiaro, a prescindere dal dato economico: per piazzare quattro squadre in finale serve anche il caso: serve il piede di Alisson su Milik, una spizzata al 96esimo, infiniti minuti di sofferenza contro un modestissimo Slavia Praga, o un ribaltone clamoroso contro il Rennes. Ma no, non è un caso.

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