Con tutta Europa che sta finendo la conta delle ultime schede elettorali, il calcolo dei seggi spinge con forza le principali famiglie europee verso un’alleanza-fotocopia a quella che ha governato a Bruxelles dal 2014, con l’aggiunta di Alde-En Marche che permetterebbero al trio Popolari-Socialisti-Liberali di gestire un’ampia maggioranza. Il successo dei partiti conservatori, euroscettici e nazionalisti c’è stato rispetto al 2014, con l’alleanza di Salvini che conquista 71 poltrone, 57 per Ecr e 44 per il rinnovato Efdd, con M5s e Brexit Party, ma non basta per pensare a un’apertura del Ppe a destra, come auspicato da Forza Italia e da Silvio Berlusconi. Per diversi motivi. Il primo, non ci sono i numeri: se a questi partiti si aggiungono i 179 dei Popolari si arriva a 351 seggi, sotto il minimo per ottenere le maggioranza in Parlamento (376), senza considerare che il Partito Popolare rischierebbe una scissione tra ala liberale e conservatrice. Il secondo: la stessa Forza Italia ha più volte ribadito che, se si fosse riusciti a tirare dentro alcuni tra i sovranisti, questo avrebbe riguardato solo le formazioni più dialoganti, senza considerare che 44 seggi sono rappresentati dal Brexit Party, in uscita, e dai Cinque Stelle che difficilmente dialogheranno con Forza Italia e Ppe. Il terzo: il gruppo di coloro che vorrebbero un dialogo a destra, rompendo definitivamente con i Socialisti, rappresentano la minoranza, senza considerare che un’alleanza con i nazionalisti allontanerebbe definitivamente anche la possibilità di un accordo con Liberali e Macronisti. Convinta della sconfitta sovranista è anche la Commissione europea, con il portavoce Margaritis Schinas che ha dichiarato: “I populisti non hanno vinto le elezioni, le hanno vinte le forze pro-Ue di tutto lo spettro politico”. 

Sarà quindi, con tutta probabilità, un’alleanza al centro quella che guiderà la nuova Unione. Un mandato che molti vedono come l’ultima possibilità per le formazioni tradizionali di riconquistare parte dei cittadini europei, arginando così un nuovo exploit dei sovranismi. Il blocco europeista, se venissero confermati i numeri, è anche riuscito a evitare la ricerca di un’alleanza a quattro, prospettiva che terrorizzava le forze centriste. Se infatti una coalizione parlamentare Ppe-S&D-Liberal non si discosterebbe molto da quella in maggioranza fino ad oggi, con Alde che ha spesso appoggiato le proposte dei due partiti più rappresentati, essere costretti a tirare dentro anche i Verdi, di fortissima ispirazione socialista in campo economico e poco disponibili a indietreggiare sulla questione ambientalista e della solidarietà, avrebbe complicato non poco le trattative.

Anche un’uscita, a questo punto sempre più improbabile, del Fidesz di Viktor Orbán permetterebbe alla coalizione di centro di rimanere al comando della plenaria di Strasburgo. Nonostante il grande successo in patria, oltre il 42% delle preferenze che equivalgono a 13 seggi, il governo di Budapest non ricoprirà il ruolo di ago della bilancia come auspicato dal premier magiaro. Se dai 437 seggi totali si tolgono i 13 del partito ungherese, rimarrebbe un comodo 424 che garantirebbe comunque un’ampia maggioranza. Così, il leader di Fidesz, che dovrebbe essere riabilitato dal Ppe dopo la sospensione temporanea pre-elezioni, dovrebbe rimanere aggrappato ai vincitori rappresentando visioni di minoranza, con la massima aspirazione di fare da ponte tra la maggioranza centrista e alcuni movimenti nazionalisti che vogliano avvicinarsi al Ppe (e non viceversa). 

La maggioranza con Popolari, Liberali e Socialisti reggerebbe anche dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. L’addio di Londra soprattutto le formazioni euroscettiche, visto che proprio il Regno ha portato il Brexit Party a essere il più grande partito europeo con 29 seggi. Poltrone che saranno perse dall’ex Efdd, mentre il crollo dello storico bipolarismo britannico farà sì che Socialisti e Liberali perderanno 26 seggi, lasciando la maggioranza con 411 poltrone, 398 nel caso in cui se ne andasse il primo ministro ungherese dal Ppe, comunque sufficienti a governare.

Sta quindi alle tre grandi famiglie europee trovare un punto d’incontro dal quale partire per governare. Ma le prime rotture potrebbero manifestarsi proprio nell’elezione dei nuovi presidenti delle istituzioni. Se la grande coalizione dovesse concretizzarsi, sembra scontata la spartizione delle tre principali cariche tra i tre principali partiti, con il Ppe che andrebbe, di nuovo, a prendersi la più alta carica dell’Ue, la presidenza della Commissione, e Socialisti e Liberali che si spartirebbero la presidenza del Parlamento e del Consiglio europeo. Ma a creare problemi potrebbe esserci proprio la salita dello Spitzenkandidat popolare, Manfred Weber, all’ultimo piano di palazzo Berlaymont. La sua candidatura è sempre stata osteggiata dal presidente francese, Emmanuel Macron, che spera in un esponente dell’ala più liberale del Ppe, mentre il bavarese fa parte dei conservatori. Per questo da mesi, insieme all’ala liberale a federalista dello stesso Ppe, sta lavorando sottotraccia per spingere l’attuale capo negoziatore dell’Ue per la Brexit, Michel Barnier, al posto di Weber. Una battaglia, questa, che deve essere condotta con molta cautela, evitando di far saltare il tavolo della nuova, possibile coalizione.

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