Mentre la rivoluzione digitale di quinta generazione è in piena corsa, Fiorella Belpoggi è stata su Report, Petrolio, TG3 Leonardo e Striscia la Notizia per denunciare il lato oscuro del 5G, schivando gli attacchi dei negazionisti, e ha snidato i possibili danni delle invisibili radiofrequenze. La sua non è una candidatura come le altre: suo lo studio più importante al mondo sugli effetti non termici per le bande 2G e 3G. Ora ambisce all’Europarlamento: “L’introduzione senza cautela del 5G, nonostante gli allarmi, sembra non aver insegnato nulla ai governi rispetto alle lezioni del passato: si tratta solo di volontà politica, agire per garantire la salute pubblica sarebbe solo un fatto di democrazia”.

La scienziata corre nella circoscrizione del Nord-est con la lista Europa Verde e punta a difendere la salute pubblica. Prima di tutto: “La nostra indipendenza dava fastidio. Io ho già pagato in prima persona, mi sono già dimezzata lo stipendio in due occasioni e ho le prove dei tentativi di bloccare le nostre attività. O la scienza e la società trovano un modo per dialogare con dati scientifici certi e predittivi centrati sulla precauzione, oppure si rinuncia a prendere decisioni pericolose per la salute pubblica”.

La prima cosa che promette una volta a Bruxelles sarà una moratoria sul 5G per tutti i paesi dell’Unione europea: “Serve 1 milione e mezzo di euro per fare la ricerca preliminare sugli effetti sociosanitari del 5G – dice la Belpoggi – vuoi che in Europa non si riescano a trovare questi fondi? E poi perché temere una ricerca che va nell’interesse di tutti?”. Anche per questo l’Italia scalpita. Il 5G non è sicuro e privo di studi preliminari sui rischi per umanità ed ecosistema.

E se all’indomani del primo meeting nazionale Stop 5G, promosso dall’alleanza italiana Stop 5G, si contano circa una cinquantina di istituzioni a vario titolo (tra Regioni, Province e Comuni) in cui si sollevano criticità attraverso interrogazioni di consiglio o mozioni e delibere Stop 5G già approvate (Roma Capitale Municipio XII, Firenze, Viareggio, Rocca di Papa, Fresagrandinaria, Cinto Euganeo, Cervaro e Savignano Irpino), a Prato (Smart City) la candidata sindaca Marilena Garnier (lista civica) supportata da 280 firme di cittadini toscani ha presentato un esposto presso il tribunale chiedendo al Procuratore della Repubblica di indagare su eventuali reati, considerato che il “proliferare delle antenne e l’aumentare delle emissioni elettromagnetiche, così come già dimostrato dagli studi effettuati, porterà l’aumento di malati di elettrosensibilità”. Da qui la denuncia: “Ci sentiamo cavie obbligate”, dovrebbero esserci “controlli e valutazione di impatti sanitari su esseri umani, animali e piante, ancora prima dell’installazione di Wi-Fi, tenuto conto che il 5G si sommerà e non sostituirà il 3G e il 4G”.

Il problema 5G è ormai nel dibattito politico. Lo si capisce pure a Pescara, dove ben sei candidati sindaci sugli otto in lizza (dissentono solo il candidato del centrodestra e uno di lista civica) con il comitato abruzzese Stop 5G e le associazioni pescaresi contro l’elettrosmog hanno sottoscritto un patto d’intesa finalizzato “alla valutazione di tutti i rischi derivanti dall’introduzione della tecnologia 5G”. Lo stesso è avvenuto a Bari (Smart City) col candidato sindaco Sabino De Razza (lista civica), formalmente impegnato dai pugliesi a “bloccare la sperimentazione nel Comune di Bari, adoperandosi con gli altri Comuni d’Italia per il rifiuto totale fino a che gli studi scientifici non diano risposte certe”.

Non finisce qui. Perché la spinta alla mobilitazione è arrivata fin dentro Montecitorio, dove cinque deputati hanno depositato una mozione parlamentare che impegna il governo in una moratoria nazionale sul 5G. Presentata da un’inedita combinazione 5Stelle-Gruppo Misto (Sara Cunial prima firmataria insieme a Silvia Benedetti, Gloria Vizzini, Veronica Giannone e Manfred Schullian), oltre a puntare sui pericoli sociosanitari dell’Internet delle cose, la mozione evidenzia l’opacità della cosiddetta Commissione internazionale sulla Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (Icnirp), un organismo privato con sede in Germania già al centro di ripetuti scandali per i conflitti d’interesse, coinvolto però dall’Oms nel parere per la redazione delle “Linee guida sulla protezione della popolazione mondiale dall’esposizione alle radiofrequenze e microonde”.

Richiamando l’adozione di giudizi indipendenti slegati dall’industria telefonica, i parlamentari hanno impegnato l’esecutivo Conte a “integrare i contratti d’asta da stipulare e/o già stipulati con l’industria aggiudicataria delle nuove bande 5G con l’inserimento di una clausola per un contributo risarcitorio per eventuali danni cagionati sulla salute della popolazione”, facendolo “portavoce in sede comunitaria per l’annullamento immediato, nell’ottica della protezione della salute pubblica dai campi elettromagnetici, di qualunque riferimento a valutazioni e/o pareri espressi” dall’Icnirp, e promuovendo “la ricerca di tecnologie più sicure, meno pericolose e alternative al wireless come il cablaggio e il Li-Fi che, quest’ultimo non utilizzando radiofrequenze ma lo spettro della luce solare, hanno indubbi vantaggi e possono superare le criticità date dal 5G”.

Mica male. Si tratta del più forte atto politico sinora intrapreso. Un’Italia senza tsunami elettromagnetico è quindi possibile. Si può fare.

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